IL FESTIVAL - 1969

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL JAZZ 1969
 

18 LUGLIO

BILL EVANS TRIO
PHILLY JOE JONES QUINTET
 
19 LUGLIO
 
GEORGIOS AVANITAS TRIO
LUCKY THOMPSON QUARTET
BARNEY KESSEL ENSEMBLE
 
20 LUGLIO
 
NEW DIXIELAND SOUND di MARCELLO ROSA
ALBERT NICHOLAS
JEAN-LUC PONTY QUARTET
MAYNARD FERGUSON BIG BAND

1969 - 1° Festival Internazionale del Jazz

Del jazz si parla, in Europa, da quarant’anni almeno, e tuttavia pochissimi, al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti, sanno con una certa precisione di che cosa si tratti. I più identificano il jazz con la musica leggera americana in senso lato; altri pensano che il jazz appartenga al passato: agli anni folli di Francis Scott Fitzgerald - che parlò di “età del jazz” senza saperne nulla, o quasi -, o a quelli di George Gershwin.

Il guaio è che anche gli specialisti si trovano in difficoltà se qualcuno chiede loro di definire il jazz descrivendone i caratteri e le forme.

Uno, nessuno e centomila, come un personaggio pirandelliano, il jazz si è infatti venuto evolvendo e trasformando profondamente nel corso degli ultimi settant’anni, assumendo via via aspetti, ed anche significati, diversissimi. Così, una definizione formale del jazz è oggi pressoché impossibile: per dire che cos’è il jazz occorre raccontarne la lunga e avventurosa storia, le cui premesse devono essere cercate nella deportazione dei negri dell’Africa Occidentale nel territorio del Sud degli Stati Uniti.

Il jazz nacque così: dalla graduale acculturazione del negro africano nel nuovo continente; dall’incontro, cioè, della musica tribale - anzi, delle musiche, giacché il folklore musicale dell’Africa Occidentale era ed è tuttora ricchissimo - con la musica “bianca” che gli schiavi negri incontrarono nella loro nuova patria. Fu questa l’origine dei canti delle piantagioni (i “calls”, gli “hollers”, i “work songs”) e fu l’origine dei canti religiosi negri, e cioè gli “spirituals”, in cui si avverte chiaramente l’eco degli inni metodisti. Nel primitivo “ragtime”, che fu la musica strumentale che precedette il jazz e che fu soprattutto diffuso nel Missouri, si sente l’influsso di certa musica popolare francese, scozzese e irlandese, che si ritrova ancora nella musica che facevano le impennacchiate fanfare che all’inizio del secolo percorrevano suonando le strade di New Orleans, nelle liete ed anche nelle tristi ricorrenze.

Da quegli anni, in cui il jazz precisò i suoi lineamenti, ad oggi, il cammino della musica afro-americana è stato lungo ed anche faticoso.

Sarebbe stato certo più facile, quel cammino, se il jazz non fosse stato e non fosse praticamente sempre vissuto negli ambienti più lontani da quelli in cui vive ed opera la classe dominante americana; poiché, invece, è ed è sempre stata la musica dei negri americani, ed un poco anche degli italo-americani e degli ebrei giunti nel nuovo continente dai paesi dell’Europa Orientale, ha attraversato lunghi periodi di crisi, interrotti solo da qualche breve stagione felice. Ci si deve chiedere, tuttavia, se quei brevi periodi di fortuna abbiano coinciso con dei momenti altrettanto felicemente creativi, o se invece il successo non sia arriso soprattutto a chi abbia cercato di commercializzare il jazz, sacrificandone alcuni dei caratteri più interessanti e originali. La risposta giusta è proprio questa: il jazz ha avuto successo quando ha cercato di assomigliare il più possibile all’altra musica; quando ha cercato di essere orecchiabile, ballabile, divertente.

Oggi i musicisti di jazz tentano solo di rado di andare incontro al gusto del pubblico; i più preferiscono suonare la loro musica senza neppure sperare di dividere il successo cogli esponenti della “pop music “. Molti di loro, per non essere costretti a sottostare alle pressioni esercitate su di loro, negli Stati Uniti, dagli esponenti del “music business” (ed anche per sfuggire alle discriminazioni razziali), hanno preferito emigrare in Europa.

Qui, nel vecchio continente, il jazz vive una vita più serena; persino quello che vien fatto dai musicisti appartenenti alla più spericolata avanguardia è accettato e studiato, oltre che, naturalmente, imitato.

Così, in Europa, ci si imbatte sempre più spesso nel jazz fatto dai grandi maestri d’oltre oceano, a fianco dei quali operano ormai un gran numero di solisti europei meritevoli della massima attenzione.

Un’occasione per un incontro con alcuni fra i primi della classe americani ed europei ci vien fornita dal Festival del jazz organizzato quest’anno, per la prima volta, a Pescara. Sarà un lietissimo incontro per chi già conosce a fondo la musica afro-americana; sarà forse un incontro sorprendente per chi di questa musica non conosce altro che il nome.

Arrigo Polillo
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