IL FESTIVAL - 1974

Pescara Jazz Festival 74

 

12 LUGLIO

SOUTHERN JAZZ ENSEMBLE &
CARLETTO LOFFREDO JAZZBAND

MARCELLO ROSA ENSEMBLE
SOUTHERN JAZZ ENSEMBLE &
CARLETTO LOFFREDO JAZZBAND
 
13 LUGLIO
 
MARIAN McPARTLAND TRIO
EDDIE VINSON QUARTET
EUBIE BLAKE
THE FESTIVAL ALL STARS

14 LUGLIO
 
CHUCK MANGIONE QUARTET
WORLD GREATEST JAZZBAND
ART ENSEMBLE OF CHICAGO

15 LUGLIO
 
GARY BURTON
KEITH JARRETT
WOODY HERMAN ORCHESTRA

Pescara Jazz Festival 74

Fino a qualche anno fa il jazz era musica da iniziati e ne aveva tutte le caratteristiche: sia i musicisti che gli appassionati erano, più che una élite, degli emarginati culturali e sociali. Emarginati culturali perché erano rifiutati sia dalla cultura ufficiale, sia dalla cultura di massa. Emarginati sociali perché erano rifiutati sia dal sistema dominante, sia dalle grandi correnti rivoluzionarie. A questa situazione reagivano con atteggiamenti tipici dell’emarginato: comunicazione attraverso gerghi particolari, drastica divisione fra iniziati e non ("in" e "out"), genio e sregolatezza (alcool e droga), ineffabilità dei giudizi (solo chi è dentro può capire, gli altri sono tutti "square ").

Tutti quelli che seguono il jazz da vicino, da almeno dieci anni, hanno potuto sperimentare questo comportamento, di cui hanno al tempo stesso sofferto e goduto: sofferto per la difficoltà di sentirsi incompresi e rifiutati dai più, goduto per la soddisfazione di appartenere ad una ristretta cerchia di illuminati. Oggi la situazione appare mutata in modo evidente. Il jazz è stato accettato, o almeno sta per diventare man mano più accetto alla cultura ufficiale: lo provano i vari festivals, i corsi al conservatorio, i libri che si pubblicano; è accettato o sta per divenire più accetto alla cultura di massa: lo provano il largo uso che ne fa la filodiffusione, le edizioni discografiche, il gran concorso di pubblico che si verifica in determinate occasioni.

Naturalmente il jazz non ha più bisogno di grosse iniziazioni. Un direttore di banca o un vigile urbano e relative consorti che si trovino ad assistere ad un festival come quello di Pescara non hanno bisogno di essere introdotti in modo particolare ad una siffatta esperienza, perché si trovano di fronte ad uno spettacolo di prim’ordine, con artisti di fama internazionale, in una struttura avallata dalle istituzioni ufficiali come l’Azienda di Soggiorno. Il jazz a questo livello automaticamente viene a trovarsi alla pari con il teatro, col balletto, col concerto sinfonico, con la vedette di musica leggera o di cabaret. La stessa musica è stata sentita già tante volte, o nelle sue manifestazioni genuine, o nell’assimilazione che ne hanno fatto la musica leggera, lo spettacolo televisivo, il cinema. In altre parole, la struttura dell’orchestra leggera della televisione deriva da quella di Woody Herman e delle altre famose orchestre americane: perciò ascoltare Herman non è una esperienza scioccante, ma è confortante nella misura in cui dopo aver digerito bene i derivati ci si trova di fronte ad una matrice facilmente riconoscibile. Il jazz dunque diventa sempre più integrato, fa parte in maniera via via più vistosa del panorama di "performances" del costume, della società, della cultura attuali.

Integrandosi però ha perso quelle sue caratteristiche esoteriche, iniziatiche, esclusive, ed ha accolto nel suo linguaggio patrimoni musicali diversissimi, dalla musica orientale alle avanguardie storiche europee, dalla musica folkloristica al pop, dalla musica di commento e sottofondo alla protesta politica. Oggi perciò non è tanto difficile capire che cosa sia il jazz, quanto fino a che punto una certa musica possa considerarsi jazz; di fronte a Barney Bigard, a Cannonball o a Gillespie sappiamo tutti che si tratta di jazz inequivocabile; di fronte ai mutevoli arabeschi di Keith Jarrett o alla pantomima dell’Art Ensemble di Chicago la faccenda è più problematica, perché quel jazz che riconoscevamo così bene in Horace Silver appare solo a tratti, per poi scorrere in mille rivoli verso pianismi tardoromantici o balletti mitteleuropei, ninne-nanne o inni di lotta, pacifica estaticità psichedelica o fieri cipigli di protesta. Anche il jazz tradizionale attingeva a musiche estranee, ma se ne serviva come materiali grezzi che trasformava e assimilava.

Oggi avviene piuttosto il contrario, in quanto è il jazz stesso che vuole essere diverso da sé, e che cerca di assomigliare ora alla musica sperimentale, ora al pop elettronico, ora al canto politico. Gli iniziati di allora spesso si ritrovano smarriti di fronte ad un festival di oggi - il festival, più di ogni altra occasione, mostra in una vetrina unica un campionario vivente di jazzisti vecchi e nuovi, in latente o lampante contraddizione fra di loro - perché se da una parte la musica delle vecchie glorie dà la tenerezza dei ricordi ma non l’emozione della sorpresa, la musica delle nuove stelle spesso ignora o smentisce elementi che erano ritenuti esclusivi del jazz e capaci di caratterizzarlo nei confronti dell’altra musica (parlo dello swing, del sound, del beat, e così via). Ma di fronte ai vecchi iniziati sorge un pubblico nuovo, più vasto, più giovane, che si accosta al jazz, come a qualsiasi altra musica e lo gusta, se ne emoziona, lo consuma. E il jazz si adegua, perde la sua spigolosità e la sua intransigenza, e finisce col distinguersi da altri generi di musica più che altro per la completezza e la generosità dei suoi improvvisatori.

Forse ancora questo è il grosso messaggio umano che il jazz può darci: nella persona dell’improvvisatore agiscono contemporaneamente i ruoli del compositore, dello strumentatore, del virtuoso, dell’interprete, dell’uomo di spettacolo, e si annullano come ruoli per far trionfare l’uomo nella sua capacità di completezza; l’improvvisatore contrappone la sua complessa umanità alla spietata logica della società attuale, che vuole sempre più separate le nostre funzioni, i nostri ruoli, le nostre competenze.L’improvvisatore oggi più che colpirci con la sua musica, ci attrae col suo stesso esistere ed agire di fronte a noi, testimoniandoci di aver perduto una completezza che potremmo ancora riconquistare.

Umberto Santucci

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