IL FESTIVAL - 1975

Pescara Jazz Festival 75
 

12 LUGLIO

ZOOTS SIMS QUARTET
ANTHONY BRAXTON
ELVIN JONES GROUP
 
13 LUGLIO

DON CHERRY
ORGANIC MUSIC THEATRE

14 LUGLIO

PIANO WORKSHOP
RAY BRYANT
SAMMY PRICE
ART HODES
RED NORVO TRIO
CHET BAKER QUARTET
CHARLES MINGUS GROUP

Pescara Jazz Festival 75

Batterista ineguagliabile - il cui gioco possente e complesso ha trasformato le abitudini di ascolto e di lavoro di tutta una generazione di fans e di musicisti - dopo aver fatto parte per cinque anni del Quartetto di John Coltrane (un "combo" entrato ormai nella storia e nella leggenda del jazz), Elvin Jones ha formato un proprio complesso che si è imposto in breve all’attenzione del pubblico e della critica di tutto il mondo. La sua musica rivela una buona dose di originalità, un jazz moderno che non sconfina nelle sabbie mobili del free e non perde mai d’occhio lo swing, ma segue un chiaro disegno, senza per questo sfiorare mai la banalità. Decisamente nuova e originale è la composizione del gruppo col quale si esibisce a Pescara. Nato a Chicago nel 1945, membro della AACM, Anthony Braxton, eclettico multistrumentista afroamericano, è una delle figure più interessanti e rappresentative apparse sulla scena della nostra musica da cinque anni a questa parte. Braxton diversifica al massimo le fonti sonore ricorrendo ogni volta a diverse di esse (egli stesso suona il sax alto, il sax soprano, il clarino basso e contrabbasso, il flauto - oltre ad altri strumenti ad ancia - nonché svariati strumenti percussivi) tant’è che in un primo momento è stato visto come un discepolo di Ornette Coleman. Fautore dell’improvvisazione totale e collettiva, propone sovente una musica di tipo espressionista, dove il potenziale di sorpresa è rafforzato da un evidente gusto per la gag sonora o visiva. Braxton è un ricercatore inesauribile che si studia di cavare tutto quanto è possibile dai suoi strumenti e dalle diverse situazioni in cui viene professionalmente coinvolto, dalla compartecipazione alle più varie esperienze musicali. Si parla di lui come di una figura essenziale per l’avvenire della musica afroamericana, di uno dei pochi degni di succedere ai creatori del decennio precedente.

Qualche anno fa, l’apparizione di Roland Kirk sulla scena del jazz provocò una moltitudine di reazioni fra i critici e i jazz-fans di tutto il mondo. L’immagine di Roland Kirk - cieco, con berretto, occhiali neri e barbetta, che suonava simultaneamente tre sassofoni e che portava appesi al collo una mezza dozzina di flauti e fischietti vari - apparve su una grande quantità di giornali che non si erano mai occupati in precedenza di musica. Fortunatamente, al tempo stesso, ci si potè rendere conto che al di là del tentativo di una certa parte della stampa di presentarlo come una specie di fenomeno da fiera, Kirk si rivelava in verità un fenomeno di un genere del tutto differente. Ci si accorse in effetti che, sia suonasse il tenore o uno dei suoi tipici strumenti quali lo strich o il manzello, Kirk era uno strumentista straordinariamente eclettico, capace di citare e di evocare Bechet, Charlie Parker o John Coltrane. Ci si accorse in maniera ancora più evidente che Kirk era uno dei più grandi bluesman che il jazz abbia mai conosciuto, nonché l’inventore di uno stile al flauto in seguito ultracopiato. Uomo orchestra, Kirk è esteticamente inclassificabile, e ciò è probabilmente una delle ragioni delle discussioni che suscita nell’ambito del jazz. Attraverso il suo gioco solistico è tutta la storia del jazz che è evocata e l’eccezionale intensità emotiva ne fa una delle figure più importanti della musica di oggi.

Don Cherry tenta una sfrenata commistione di tutte le musiche (afroamericane, africane, asiatiche, ecc.) di ogni suono (suona la cornetta, la tromba tascabile, ogni tipo di flauto - spesso due alla volta -, il pianoforte, diversi strumenti percussivi; ricorre a tutte le possibilità sonore del corpo - schiocchi delle dita, rumori della bocca, fischi e anche ai suoni elettronici). Vagheggia una musica universale dove associare l’eredità africana, le polifonie del jazz delle origini, nonché le risorse della tecnica moderna, ricorrendo alle costanti essenziali quali la preminenza degli elementi ritmici e percussivi e delle melodie semplici quasi "primitive", e ciò con la rivalorizzazione degli elementi costitutivi delle musiche africane. Don Cherry ha svolto un ruolo determinante nel passaggio dal jazz al free jazz quanto Ornette Coleman con il quale ha lavorato a lungo, elaborando assieme le nuove forme della musica afroamericana.

È uno dei personaggi più rappresentativi e affascinanti della scena del jazz attuale. Sulla rivista parigina "Jazz Magazine" del luglio 1968 Frank Tenot così chiudeva un lungo reportage dalla California: "Chet Baker vive sulla West Coast, in un luogo che egli tiene segreto e che nessuno, qui, cerca di scoprire. Compare, di tanto in tanto, in un night-club, con la tromba sotto il braccio, per una jam-session. Non appena lo vedono arrivare, però, i musicisti chiudono il più in fretta possibile il brano e fanno lunghe soste. Ma Chet vuole suonare ad ogni costo, con risultati spesso penosi. Chet è perduto per il jazz". Dopo qualche tempo gli faceva eco dall’Italia Bruno Schiozzi che scriveva: "Chet non è morto, ma per la storia del jazz è come se lo fosse". Invece, con una forza di volontà che ha del prodigioso, l’artista dal volto di bambino è riuscito a ricostruirsi e torna ora in Italia, al Festival di Pescara, dopo un’assenza di circa quindici anni. Torna Chet Baker, il trombettista dalla sonorità sottile e sprovvista di vibrato, dal fraseggio elegante, dalle idee fervide, con la sua arte che pare dettata dalla grazia più che dalla forza creativa. Torna Chet Baker, il cantante che provocò una frattura di giudizi fra i critici, alcuni dei quali gli rimproveravano la "femminilità" del suo vocale, ma dovevano pur ammettere che poche volte il jazz moderno aveva potuto fruire di un cantante così personale ed espressivo, fuori dagli schemi tradizionali. Il suo ritorno cancella di colpo quindici anni di attese e di speranze di tutti noi che non abbiamo mai voluto credere che non lo avremmo più ascoltato.

Se non ci fosse stato Charles Mingus, il jazz di oggi sarebbe probabilmente molto diverso: in realtà si dovette soprattutto a lui se, alla fine degli anni cinquanta, il jazz acquistò quella carica aggressiva, quell’impeto a tratti selvaggio che avrebbe contraddistinto la musica di John Coltrane e quindi degli esponenti della New Thing. Si dovette ancora soprattutto a Mingus se il jazz divenne a poco a poco, e sempre più, politicamente significante, e se i musicisti di jazz divennero dei combattenti sul fronte delle rivendicazioni per una migliore giustizia sociale nei rapporti fra le razze negli Stati Uniti. Nato a Nogales, Arizona, nel 1922, è con Ellington, Armstrong e Parker uno dei quattro grandi del jazz, alla cui evoluzione ha apportato un contributo di primo piano. Contrabbassista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, si è affermato come uno dei più personali e coraggiosi esponenti del jazz d’avanguardia nonostante la sua musica affondi le radici nel blues e nella tradizione (Ellington, a suo stesso dire, è stato la fonte prima di ispirazione). Compositore di immenso talento (solo Ellington gli è alla pari), è senza dubbio il più grande "leader" che il jazz abbia mai prodotto: la grinta e il vulcanico temperamento gli permettono di ottenere dai suoi musicisti il massimo delle proprie capacità ed una perfetta aderenza alla sua musica ed ai profondi significati che essa racchiude.

Mario Luzzi

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