IL FESTIVAL - 1982

Pescara Jazz 82
 


DAVE BRUBECK QUARTET
DIZZY GILLESPIE
JIMMY GIUFFRE QUARTET
GEORGE ADAMS & DON PULLEN QUARTET
ART BLAKEY JAZZ MESSENGERS
CLAUDIO COJANIZ
FRANCO D'ANDREA QUARTET
CARLO LOFFREDO NEW ORLEANS BAND
RITA MARCOTULLI QUARTET
RED NORVO & TAL FARLOW TRIO
OLD TIME JAZZ BAND
MICHEL PETRUCCIANI TRIO
ROMAN NEW ORLEANS JAZZ BAND

Pescara Jazz 82

Sul finire degli anni Quaranta, quando il trio di Red Norvo debuttò in California, il jazz viveva il periodo "cool" e questo interessante complessino senza batteria finì in quel calderone senza rispecchiarne interamente i segni. La cifra sonora del trio aveva un vago senso cameristico ma era sorretto da uno swing sottile e sofisticato; una musica raccolta ma comunicativa, quasi colloquiale ma viva. D’altronde Norvo, che negli anni Venti aveva avviato in prima persona la storia del vibrafono nel jazz, era un musicista flessibile avendo partecipato a varie fasi dello sviluppo jazzistico e, dunque, capace di esprimersi su ampi raggi dialettici. L’incontro con Tal Farlow, musicista raffinato e sensibile, dal suono ardente e corposo, scattante e concreto, permise a Norvo di realizzare le sue idee. E oggi, trent’anni dopo, quel calore e quelle sofisticate sonorità si ripresentano ampliate e quanto mai fresche.

I Jazz Messengers, una delle realtà più sincere e pungenti dell’arte musicale afroamericana, si avviano felicemente a celebrare i propri trenta anni di ininterrotta attività. In questo lungo lasso di tempo nel complessino sono passati una sequela di giovani talenti che all’interno della famiglia di Art Blakey hanno trovato l’ambiente ideale per focalizzare le proprie ambizioni. E in questa dinastia di messaggeri del jazz, che poggia su basi semplici e vigorose, su una musicalità esplicita che produce una festosa e sintetica analisi delle dialettiche jazzistiche di questo secolo, la figura di Blakey ricorda quella di un patriarca indulgente che dai succhi giovanili dei suoi figliocci trae l’energia necessaria per mantenersi giovane, per rigenerarsi continuamente. E la presenza di un ospite illustre come Dizzy Gillespie non può che stimolare ulteriormente le capacità del fantasioso complessino.

Dotato di ampie capacità tecniche e di un talento naturale, Franco D’Andrea ha il dono di sapersi esprimere con un senso di serena umanità, sgombrando il campo di inutili virtuosismi fini a se stessi ma muovendosi attraverso una serie di "moods", di stati d’animo, di tensioni sonore che nascono all’interno del suo personale mondo poetico. In questo quartetto di recente costituzione, accanto al suo pianismo crepuscolare e incisivo, appare un sassofonista originale, un giovane talento che possiede quel temperamento necessario per tessere trame sonore di singolare bellezza e profondità che, con l’apporto di un solido contrabbassista e di un preciso e fantasioso batterista, concorrono ad illustrare e a completare il discorso avviato dal pianista, i cui impulsi sono sempre caratterizzati da una grande coerenza e da un senso di proiezione verso un universo sonoro che al raziocinio contrappone creatività.

Poco più che ventenne, il pianista francese Michel Petrucciani è già divenuto il beniamino di critica e pubblico, una volta tanto, senza fratture di giudizio. E questo è il risultato di una personalità precoce dotata di estro e senso della misura, di generosità e coordinazione, di veemenza ritmica e raffinatezza armonica, di sensibilità e "sense of humour", ma soprattutto di capacità di analizzare e sintetizzare la tradizione pianistica. E poi, cosa assai rara per un ragazzo che vive in condizioni fisiche disagiate, Petrucciani ha una incredibile voglia di vivere, una festosità che trasmette in maniera quasi telepatica a chi ha la fortuna di ascoltarlo. La sua è una festa non stop, avviata dal suo canto dai riflessi solari, giovanili ma maturati al sole di una tradizione che ha appreso con anni di studio e che riaffiora attraverso un canto improvvisato con raziocinio e fantasia con "joie de vivre et de jouer de la musique". II suo è un autentico "caso" legato ad una popolarità che ha fatto passare inosservato il vero valore della sua musica. Un successo che ha finito per agire in senso negativo, come è accaduto a Stan Getz o a Benny Goodman, perché chi faceva opinione ritenne scandaloso che un bianco guadagnasse prestigio con una musica creata dal nero-americano.

E quel successo Dave Brubeck se lo porta dietro come un fardello incancellabile, malgrado che nella sua lunga carriera abbia più volte mostrato qualità musicali indiscutibili e sia riuscito a mascherare abilmente certe sue naturali tendenze verso il romanticismo europeo con l’inventiva e l’incisività espressiva proprie del jazz. Malgrado queste oneste considerazioni e il suo swing mordente e fantasioso, il suo martellante e colorito uso della tastiera, la rigogliosa funzionalità dei suoi complessini, Brubeck è ancora sbadatamente letto in chiave esclusivamente commerciale.

La confluenza tra rigore accademico e libertà improvvisativa è il punto d’incontro che muove Claudio Cojaniz, nuovo talento pianistico. Una serie di pronunce e di accenti che, allineate con logica e intelligenza, esplorano quell’ampio spazio dialettico della cultura musicale contemporanea senza porsi angusti confini ma, al contrario, lavorando proprio su idee provenienti da più poli espressivi che si pongono in un rapporto di serena e reciproca dipendenza. Infatti, ascoltando il compìto lavoro del trentenne pianista friulano, accanto alla mano sicura del concertista, appaiono, come lampi di luce, gli spezzoni di scale continuamente manipolati, rivoltati e trasposti di un Cecil Taylor, la poetica ombrosa di un Thelonious Monk, quel senso di inquieta pace di un Bill Evans. Naturalmente queste sensazioni, questa cattedrale di suoni sono la confluenza di echi esterni e interni dell’artista.

La figura di Jimmy Giuffre sembra riflettere quella dell’eterno ricercatore, dell’uomo costantemente assorbito da una indagine conoscitiva che tende ad ampliare i propri orizzonti e a svincolare la musica dai luoghi comuni. La sua sensibile e descrittiva analisi sul folklore illustrata dal suo trio negli anni Cinquanta, le sonorità arcigne e avanguardistiche investigate accanto a Paul Bley, il suo apporto compositivo - basta pensare al celebre Four Brothers -, le sue ampie qualità di arrangiatore, il suo innovativo uso del clarinetto sorretto da un lirismo estatico, quasi distillato, che arriva come un soffio velato di malinconico calore, ricco di toni chiaroscurali tendenti al cupo, sono i segni di una preparazione musicale completa che tenta, ad ogni occasione, di rinnovarsi e completarsi ulteriormente nutrendosi di tutte quelle linfe vitali che la sua ricerca coglie lungo i percorsi della vita. Eredi di una libertà espressiva conquistata dalla fertile esperienza mingusiana, George Adams e Don Pullen, da alcuni anni, portano avanti un discorso che affonda corposamente nella propria tradizione e che rappresenta un ulteriore approfondimento dell’espressione popolare afroamericana. Quel chiaro e schietto profumo "funky" che traspare dalla loro musica, quell’aspetto festoso e disinibito, legato alla "strada", è forse il segno più coinvolgente e caratterizzante della loro espressione; più dello sguaiato e lirico sassofono di Adams, più del turbolento e devastante pianismo di Pullen. Il loro è una sorta di viaggio all’interno del nero d’America, del suo "quotidiano" espresso con fierezza, quasi a voler ricordare che "Black is beautiful", tentando costantemente di renderlo semplice e danzante, allegro e scanzonato, così come appare ad un casuale osservatore delle strade d’America o del black ghetto.

Mario Luzzi
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