IL FESTIVAL - 1994

Pescara Jazz 94
 

22 LUGLIO

TENCO PROJECT
MINGUS BIG BAND
 
23 LUGLIO

CHARLIE HADEN & THE LIBERATION MUSIC ORCHESTRA
THE GATEWAY TRIO
featuring JACK DeJOHNETTE, JOHN ABERCROMBIE & DAVE HOLLAND

24 LUGLIO

GONZALO RUBALCABA TRIO
RON CARTER & JUL BARRETO
DEE DEE BRIDGEWATER and her TRIO

Pescara Jazz 94

Da più di vent'anni ormai l'estate a Pescara vuol dire jazz, musica di qualità ascoltata nello splendido Parco Le Naiadi in un intreccio di cultura, intrattenimento e socializzazione che, per vivacità dei programmi e partecipazione del pubblico ha pochi riscontri in Italia. E a portare il messaggio della musica, del blues in particolare, nella provincia pescarese, sarà quest'anno la cantante Marva Wright. È tradizione del festival vero e proprio aprire le danze con un gruppo italiano. Quest'anno è di scena una formazione speciale per un progetto singolare, dedicato al grande cantautore Luigi Tenco. A realizzarlo si sono messi insieme quattro dei maggiori solisti italiani: la cantante Tiziana Ghiglioni, il trombettista Paolo Fresu, il sassofonista Gianluigi Trovesi e il pianista Umberto Petrin. L'idea di rileggere in chiave jazzistica le canzoni italiane, gli "italian standards", come qualcuno li chiama, circola già da diversi anni tra i jazzisti italiani, e lo stesso Tenco è stato oggetto di alcune interpretazioni. Qui però per la prima volta un unico gruppo si dedica a un solo autore. Si tratta di un'operazione del tutto legittima e simile a quella fatta sui cosiddetti standards (o evergreens) americani: una canzone stimola la creatività del jazzista. A maggior ragione i nostri musicisti si accostano ad un autore italiano, che non possono non sentire più vicino per formazione culturale, lingua e sensibilità musicale (Tenco tra l'altro era anche un sassofonista jazz dilettante, alla Paul Desmond).

L'idea di un'eredità musicale che viene riletta e mantenuta viva è alla base anche della Mingus Big Band, un'orchestra di recente formazione guidata da Susan Mingus, vedova di Charles Mingus (Nogales 1922 - Cuernavaca 1979). A differenza dei vari gruppi Mingus Dynasty ascoltati negli ultimi anni, questa big band non è obbligatoriamente costituita da musicisti che hanno suonato con il grande contrabbassista. Il suo approccio al repertorio è, di conseguenza, più disinibito, meno condizionato dall'ombra del compositore. In fondo è proprio la libertà di approccio alla musica il messaggio e il valore più profondi che Mingus ci ha lasciato. Inoltre Mingus amava il suono orchestrale (anche se raramente ha avuto i mezzi finanziari per permettersene una) e questa compagine, composta di giovani talenti e di veterani (spesso guidati dall'arrangiatore Sy Johnson, collaboratore di Mingus negli ultimi anni), restituisce con giusta vitalità la polifonia, la ricchezza di colori, il cangiare del mood e dei ritmi che animano la musica di Charles Mingus.

Ben due orchestre quest'anno a Pescara Jazz. La seconda, celebre e storica, rappresenta una prima assoluta per il festival: la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden (Shenandoah, 1937). Nata nel 1969 da un'idea di Haden e della compositrice Carla Bley (Oakland, 1938) essa raccoglieva alcuni dei più bei nomi dell'avanguardia americana di quegli anni, da Don Cherry a Gato Barbieri a Paul Motian a Roswell Rudd. L'orchestra si impose, fin dal nome, per il proprio impegno ideologico, una costante della poetica di Haden, che ha mantenuto fino ad oggi. La LMO non ha mai avuto una vita continua: dopo il famoso disco Impulse del 1969, scomparve dalle scene e resuscitò nel 1982 e nel 1985, quando uscì un secondo disco per la ECM. Nel 1990 l'orchestra, quasi completamente rinnovata, forte di alcuni dei grandi solisti di oggi, ha prodotto un Cd-capolavoro, "Dream Keeper", il cui successo ha assicurato alla compagine una maggiore presenza sui palcoscenici di mezzo mondo. Il repertorio della LMO, con composizioni e arrangiamenti di Carla Bley, Charlie Haden e Karen Mantler (si noti la presenza femminile nella guida dell'orchestra), è tutto rivolto all'intenso recupero e all'esaltazione dell'eredità musicale e ideologica dei paesi e delle popolazioni oppresse di tutto il mondo, con una particolare attenzione per l'America Latina: canti popolari, inni rivoluzionari, composizioni corali ispirate alla tolleranza, pezzi di cantautori non americani (il cubano Silvio Rodriguez, ad esempio). Insieme essi compongono un canto altissimo di speranza, invito alla tolleranza e alla lotta per l'uguaglianza sociale che risolve l'antico, discusso rapporto tra musica e politica in un unico gesto: quello della poesia.

Anche il trio Gateway nasce in un'altra epoca, circa vent'anni fa, e ha avuto un'esistenza discontinua. Questo non vuol dire che la sua incidenza sia stata trascurabile, soprattutto perché a formarlo ci sono tre dei maggiori protagonisti del jazz d'oggi: il chitarrista John Abercrombie (Porchester, 1944), il contrabbassista inglese Dave Holland (Wolverhampton, 1946) e il batterista Jack De Johnette (Chicago, 1942). La musica del trio risente della molteplicità di esperienze che i tre hanno realizzato nelle loro intensissime carriere: dal free jazz al jazz modale, dalla ricerca sul timbro (tipica della tecnica di Abercrombie) all'apertura ritmica e armonica, stimolata dalla pariteticità dei ruoli nel trio. Jazz contemporaneo senza aggettivi, insomma, e di alta qualità.

Il jazz degli anni Ottanta è sembrato particolarmente prodigo di nuovi talenti, spesso giovanissimi, dotati di una tecnica spettacolare anche se musicalmente ancora acerbi. Si tratta di musicisti americani, di regola neri, provenienti dall'area di New York o di New Orleans. Ma qualcuno viene anche da fuori. È il caso di Gonzalo Rubalcaba (L'Avana, 1963), pianista cubano, cresciuto con la musica del suo paese e quindi scoperto e lanciato da Charlie Haden. Rubalcaba, che a Pescara suona in trio con Ron Carter, uno dei più grandi bassisti della storia del jazz, e il batterista Jul Barreto, si è rapidamente imposto in mezzo mondo (spesso dovendo aggirare i problemi politico-diplomatici tra USA e Cuba) grazie ad una tecnica formidabile ed a un pianismo torrenziale, spettacolare, informato ad una estetica del "tutto pieno" che però dovrà lasciare col tempo più spazio ad una musicalità più meditata. Rubalcaba è oggi una delle figure più interessanti e insieme più discusse tra le nuove generazioni.

Come è tradizione per Pescara Jazz, il gran finale è riservato ad una star popolare e quest'anno è la volta della cantante Dee Dee Bridgewater (Memphis, 1950). La Bridgewater da noi è conosciuta purtroppo più per una sua apparizione sanremese che per le sue effettive qualità. Musicista raffinata, passa con duttilità dal jazz moderno di un Max Roach al teatro musicale, in cui si esibisce anche come attrice, dal confronto con un orchestra all'accompagnamento in trio, alla canzone leggera. Forse negli ultimi anni questo eclettismo ha nuociuto alla sua immagine e alla sua musica ma quando vuole la Bridgewater sa essere una cantante stilisticamente coerente e musicalmente intelligente, ricca di risorse e sfumature che ravviva con una consumata abilità scenica. Proprio quello che ci vuole per chiudere in bellezza Pescara Jazz 94.

Stefano Zenni

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