IL FESTIVAL - 1995

Pescara Jazz 95
 

21 LUGLIO

QUINTETTO LA STRADA: OMAGGIO A NINO ROTA
featuring: ENRICO RAVA, RICHARD GALLIANO,
GABRIELE MIRABASSI, FURIO DI CASTRI, ROBERTO GATTO
JOE HENDERSON'S DOUBLE RAINBOW QUARTET
featuring OSCAR CASTRO-NEVES
 
22 LUGLIO

GARY BURTON & CHICK COREA
JOSHUA REDMAN QUARTET

23 LUGLIO

MICHEL PETRUCCIANI & EDDY LOUISS
LESTER BOWIE'S BRASS FANTASY

Pescara Jazz 95

Nel suo cammino ormai centenario il jazz ha incrociato, influenzato e trasformato le più diverse tradizioni musicali del nostro secolo, da quelle cosiddette colte a quelle popolari, senza per questo trascurare una costante riflessione sulla propria storia, che si è fatta più profonda nell'ultimo quindicennio. Il festival di Pescara Jazz consente quest'anno di saggiare la grande flessibilità della musica creata dai neri d'America agli albori del Novecento attraverso un programma che contempla grandi nomi della tradizione, omaggi a maestri non jazzisti, nuovi talenti, spazio all'Europa e riletture contemporanee dell'eredità afroamericana.

La prima serata coinvolge i musicisti e il pubblico in due omaggi resi a due diversissimi e grandi compositori del nostro tempo: Nino Rota e Antonio Carlos Jobim. Un quintetto italo-francese diretto da Enrico Rava e Richard Galliano rilegge le musiche di Nino Rota, che, insieme a Ennio Morricone, è stato il nostro maggiore autore di colonne sonore per il cinema, e la cui arte è indissolubilmente legata a quella di Federico Fellini. L'idea di Rava e Galliano è particolarmente centrata sia perché la tromba e la fisarmonica sono due strumenti chiave della musica di Rota, sia perché il lirismo connaturato ai due interpreti si trova sulla stessa onda di quello sprigionato dalle melodie rotiane, ricche di movimenti di danza e di una leggerezza mista a malinconia. La figura di Antonio Carlos Jobim, recentemente scomparso, è intrinsecamente più vicina al jazz. Infatti Jobim si ispirò in parte proprio ad esso nella creazione della bossa nova, che nacque dall'incontro dei ritmi della tradizione popolare brasiliana con le armonie jazzistiche, e che fu abbracciata, nei primi anni sessanta, da numerosi jazzisti (Stan Getz su tutti), dando vita a una moda che è poi diventata parte integrante della storia. Oggi, a rileggere le immortali canzoni di Jobim, si è impegnato Joe Henderson assurto finalmente al pieno riconoscimento del pubblico dopo decenni di grande musica prodotta lontano dai clamori divistici. Certamente l'arte essenziale, antiretorica, allusiva e tagliente del sassofonista è la garanzia di un omaggio esente da esotismi e facili concessioni di colore.

Fra i tanti giovani leoni apparsi con sospetta frequenza in questi ultimi anni - spesso musicisti immaturi lanciati dalle multinazionali del disco -, Joshua Redman è uno dei pochi ad avere le caratteristiche del vero talento. Figlio d'arte, Redman si pone sul tradizionale asse stilistico del moderno sax tenore, che non può prescindere dalla lezione di Coltrane e di Sonny Rollins, e che pure trova in Joe Henderson un punto di riferimento non convenzionale, il tutto con un approccio lucido e fresco alla musica che, nel giro di poco tempo, ha già conquistato pubblico e critica e lascia ben sperare per il futuro. Il duo di Gary Burton e Chick Corea appartiene alla più nobile tradizione bianca del jazz. Incontratisi nel 1972 e poi ritrovatisi più volte negli anni successivi, il vibrafonista e il pianista hanno prodotto insieme alcune delle cose più pregevoli della loro carriera. Entrambi sono musicisti colti e raffinati, legati ad una concezione timbrica fatta di sottigliezze e preziosità; inclini al virtuosismo, trovano nel duo un equilibrio felice, sul terreno di una musica a volte influenzata dalla tradizione classica europea e pure costantemente innervata dal più squisito spirito jazzistico.

La terza serata è più composita. Si apre con un singolare ed eccitante duo francese, composto dal pianista Michel Petrucciani e dall'organista Eddy Louiss. Se Petrucciani è oggi ben noto al di là del caso umano, grazie alle sue straordinarie doti di improvvisatore intenso, incalzante e immaginoso, dal tocco finissimo e dall'ispirazione melodica inesauribile, Eddy Louiss è sconosciuto ai non addetti. Ed è un peccato, perché Louiss è uno dei solisti più originali, creativi e singolari del jazz europeo, leader di un non dimenticato trio con Jean-Luc Ponty e Daniel Humair e collaboratore, nei primi anni Settanta, di Stan Getz in un'avventura felicissima e breve. Insieme a Jimmy Smith e Larry Young, Louiss può essere considerato senza esitazione il maggior solista di organo Hammond della storia del jazz. Gran finale con la "Great Black Music", la "Grande musica nera" senza aggettivi. La Brass Fantasy di Lester Bowie, il trombettista in camice da dottore, co-fondatore dell'Art Ensemble of Chicago e protagonista dell'avanguardia di Chicago, è una singolare orchestra di soli ottoni (che però a Pescara si esibirà con una formazione allargata). Memore delle sonorità delle bande marcianti di New Orleans nei primi del secolo, quelle da cui in breve nascerà il jazz, la Brass Fantasy suona tutto ciò che è legato alla tradizione nera, dal dixieland a Duke Ellington, da Charlie Parker a Marvin Gaye, dal gospel a (se necessario) Frank Sinatra, in un gioioso abbraccio di tutta la musica afroamericana, a testimoniarne la perpetua ed eccitante vitalità.

Stefano Zenni
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