IL FESTIVAL - 1996

Pescara Jazz 96
 

26 LUGLIO

GIANNI COSCIA & ANTONELLO SALIS DUO
ROOTS
 
27 LUGLIO

Piano Night
BILLY TAYLOR TRIO
KENNY BARRON TRIO
CECIL TAYLOR

28 LUGLIO

JIM HALL & JOE LOVANO "GRAND SLAM"
HORACE SILVER SEPTET

Pescara Jazz 96

L'estate pescarese del jazz si apre quest'anno all'insegna dello strumento principe della tradizione italiana: la fisarmonica. Pur essendo documentata fin dagli anni Venti, la fisarmonica ha avuto un ruolo del tutto marginale nel jazz, almeno finché in anni più recenti il recupero delle tradizioni autoctone in chiave jazzistica ha indotto numerosi jazzisti europei a riscoprire le potenzialità di questo strumento. In Italia poi il maggior jazzista d'anteguerra è stato un grande fisarmonicista come Gorni Kramer, e la fisarmonica è strumento diffuso un po' in tutto il paese, da nord a sud alle isole. Questo consente a due musicisti radicati in realtà diverse, il piemontese Gianni Coscia e il sardo Antonello Salis, di dialogare con i loro strumenti. Per Coscia la fisarmonica è lo strumento d'elezione, che gli consente di passare agevolmente dalla musica popolare al jazz; per Salis è invece uno dei due strumenti (l'altro è il pianoforte) attraverso cui scaricare una carica espressiva che si nutre dì esperienze d'avanguardia. Ben diversa è la musica proposta dal gruppo Roots, cioè "Radici". Sì tratta delle radici del jazz, naturalmente, che i Roots simboleggiano nel sassofono, lo strumento con la più forte identità jazzistica e che proprio grazie a grandi solisti neri come Coleman Hawkins e Lester Young ha acquisito una sua compiuta identità. I Roots riuniscono valenti solisti di generazioni diverse, dai veterani Benny Golson (1929) (anche grande compositore e arrangiatore) e Nathan Davis (1937) ai più giovani Arthur Blythe (1940) e Chico Freeman (1949), tutti con risonanze diverse accomunati da una concezione robusta e virile del suono sassofonistico. Alle ance si aggiunge la tromba del brasiliano Claudio Roditi (1947), uno dei virtuosi di tromba più brillanti e infuocati emersi negli ultimi anni. Sostiene il gruppo una sezione ritmica di lusso, come si suol dire, che allinea tre fuoriclasse che non falliscono un colpo: da notare per tutti il batterista Ed Thigpen (1930), indimenticato, elastico metronomo del trio di Oscar Peterson.

La seconda serata è insieme il cuore del festival e il suo fiore all'occhiello: gli spettatori potranno infatti ascoltare il meglio del piano jazz mainstream e d'avanguardia. Con una sorpresa: una prima assoluta per l'Italia. Infatti, per quanto possa sembrare incredibile, pare proprio che Billy Taylor (1921), uno dei più importanti pianisti bop, uno dei sidemen più ricercati da musicisti come Charlie Parker, Roy Eldridge, Lee Konitz, Oscar Pettiford, non abbia mai suonato in Italia. Pescara Jazz presenta per la prima volta al pubblico italiano uno degli ultimi e maggiori pianisti della generazione del bop, ancora oggi, a settantacinque anni, solista di grande energia e di creatività senza cedimenti, che conosce a menadito la storia jazz dello strumento (è autore anche di un importante libro sull'argomento) e che, oltre ad aver diretto delle big band, lavora da quarant'anni alla formula del trio. Come se non bastasse Taylor è un grande didatta: la sua Jazzmobile, una organizzazione di concerti e conferenze ambulanti attiva a New York dalla metà degli anni Sessanta, ha contribuito in maniera decisiva alla diffusione della cultura jazzistica presso un pubblico più vasto. La seconda parte della serata sarà occupata da un ideale continuatore di Taylor, il pianista Kenny Barron (1943), probabilmente l'epitome del moderno piano jazz: il passaggio di testimone sarà affidato ad un duetto. Barron è la sintesi del piano jazz mainstream in una forma personalissima i cui ingredienti sono un tocco vellutato, una tavolozza armonica ricca e raffinata, una immaginazione melodica inesauribile e un senso della forma infallibile. Con lui sono due vecchi e affiatatissimi compagni di viaggio, il bassista Ray Drummond e il batterista Ben Riley, con cui vi è ormai un rapporto di telepatia. Infine Pescara Jazz presenta in esclusiva italiana e per la prima volta in questo festival Cecil Taylor (1929), ovvero il pianoforte contemporaneo nella sua forma più estrema. Chi conosce Taylor sa che egli ha dovuto lottare per anni per affermare la sua musica dall'impatto così fisico, traumatizzante, violento: un misto di Ellington, Monk e Stockhausen frullati da un'energia fisica impressionante, che avvicina i suoi assoli a veri e propri rituali africani con pianoforte (egli infatti si avvicina allo strumento danzando e recitando poesie). Oggi, dopo quasi quarant'anni dal debutto, è certamente riduttivo ricondurre Taylor al free jazz, anche se egli è maturato in quella temperie stilistica: si tratta piuttosto di un grande classico contemporaneo, forse il maggior pianista vivente. A chi lo ascoltasse per la prima volta consigliamo una grande disponibilità mentale e un lucido abbandono alle sonorità liriche e tempestose che ci avvolgeranno: ad un ascolto non superficiale, la musica di Taylor non appare affatto caotica ed è pervasa da una poesia arcana e ipnotica.

La serata conclusiva è all'insegna delle prelibatezze melodiche e compositive. Particolarmente felice è il quartetto del sassofonista Joe Lovano (1952) solista dal fraseggio lucido e trascinante ma dal timbro leggero e trasparente e di Jim Hall (1930), vero poeta illuminista della chitarra, dispensatore di colori e raffinatezze impareggiabili e ferreo organizzatore musicale: entrambi condividono una concezione della musica antiretorica, essenziale, raffinata e di assoluta onestà espressiva. Quella stessa contagiosa onestà e freschezza espressive che tengono sulla breccia l'inossidabile Horace Silver (1928), l'architetto dell'hard bop, il compositore di temi memorabili divenuti dei classici del jazz moderno, dal profilo melodico semplice e netto eppure sempre fresco, il direttore di quintetti attraverso cui sono passati infiniti talenti, da Clifford Brown a Michael Brecker, l'arrangiatore sagace e sorprendente, il pianista martellante e percussivo che tiene sui carboni ardenti i solisti: una formula, quella di Silver, che funziona magnificamente da decenni e che mantiene inalterata la sua positiva carica vitale e comunicativa.

Stefano Zenni
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