IL FESTIVAL - 2001

Pescara Jazz 2001
 

19 LUGLIO

ROBBEN FORD
DIANNE REEVES & STRINGS
 
20 LUGLIO

PACO DE LUCIA & SEPTET
KYLE EASTWOOD BAND

21 LUGLIO

JOSHUA REDMAN QUARTET
ROY HARGROVE QUINTET

22 LUGLIO

BOB DYLAN and his BAND

23 LUGLIO

CYRUS CHESTNUT
GIL EVANS ORCHESTRA

Pescara Jazz 2001

Ad ogni edizione - e siamo ormai a quota ventinove - Pescara Jazz allarga il suo sguardo sugli orizzonti della musica contemporanea, abbracciando l'ampio mondo della musica propriamente jazzistica ma anche da essa derivata, a testimoniare la presenza e l'influenza ormai pervasive della cultura nera. E, anche se si tratta di un fatto del tutto eccezionale, la presenza di Bob Dylan incastonata al centro del festival non suona neanche troppo bizzarra, se si pensa che la sua musica affonda le radici nel blues e nel folklore americano. E proprio con il blues si apre il festival, "cantato" dalla chitarra di Robben Ford: chitarrista inizialmente autodidatta, Ford è cresciuto immerso nel blues elettrico di Chicago. Trasferitosi a Los Angeles, ha collaborato con il grande cantante Jimmy Witherspoon per poi spostarsi prima in ambito fusion e quindi lavorando con Joni Mitchell, senza contare il breve ma importante contatto con George Harrison. Ma la fama gli arriva durante i sei mesi di lavoro con Miles Davis nel 1986, dopo i quali incide un album che verrà candidato al Grammy. Da quel momento il chitarrista gira con il suo The Blue Line, che si scioglierà nel 1997, non senza aver lanciato il suo leader nel firmamento del rock/blues più acceso e trascinante.

A celebrare la cantante Sarah Vaughan, una delle grandi voce del secolo, non poteva non essere quella che è a tutt'oggi considerata la sua erede più degna, Dianne Reeves. Cresciuta a Denver e scoperta da Clark Terry, la Reeves fu impegnata anzitutto in un intenso lavoro di studio, per poi legarsi per ben dieci anni, dal 1978 al 1987, al gruppo del pianista Billy Childs. Un contratto per la Blue Note l'ha finalmente portata nei primi anni Novanta all'attenzione del grande pubblico con un repertorio spesso eclettico, ma sempre sostenuto da un alto livello esecutivo. Il concerto per Sarah Vaughan è per lei anche l'occasione per omaggiare l'artista che la ispirò a dedicarsi al canto jazz.

Non ha invece bisogno di sottolineare le sue radici Kyle Eastwood che porta lo "scomodo" cognome del padre, l'attore, regista e produttore Clint Eastwood. Che Kyle abbia intrapreso una carriera come bassista jazz non sorprende. È nota la passione di Clint per la musica jazz e country: lo testimoniano non solo la collaborazione con il compositore Lennie Niehaus (ex sassofonista di Stan Kenton), ma soprattutto splendidi film "musicali" come Honkytonk Man o Bird o la produzione di Straight, No Chaser di Charlotte Zwerin, dedicato a Monk, a tutt'oggi la più bella biografia filmata di un jazzista. Kyle ha iniziato tardi, a 18 anni, ma la vasta esperienza d'ascolto in casa e l'impegnativo lavoro in studio con il padre ne hanno fatto presto un professionista che si è affermato per le sue qualità, indipendentemente dal cognome che porta.

Altro musicista aperto a varie esperienze è stato Paco De Lucia, uno dei più grandi chitarristi flamenco del secolo: virtuoso inarrivabile, profondo conoscitore della tradizione andalusa, ha svolto la sua carriera lontano dal jazz fino a quando nel 1977 non si è incontrato con Al Di Meola, Larry Corryell e John McLaughlin. L'esperienza lo porterà ad approfondire sempre di più il linguaggio afroamericano, che peraltro ha forti elementi di comunanza con la tradizione ispanica, dal senso ritmico, al gusto per l'improvvisazione ornata, alla fisicità danzante della musica: è su questo terreno che De Lucia ha fondato la sua lunga collaborazione con Chick Corea e questa influenza non è più sparita dalla sua musica.

Tra i musicisti più in vista emersi negli anni Novanta vi è senz'altro il sax tenore Joshua Redman. Figlio del grande Dewey, sassofonista collaboratore di Ornette Coleman e Keith Jarrett, cresciuto a Boston tra l'ambiente accademico e l'informalità del jazz club, Joshua ha conquistato i riflettori di pubblico e critica intorno al 1992, imponendosi come strumentista fantasioso e esuberante, a volte incline a qualche eccesso esibizionistico, molto attento alle strategie di mercato e con un gusto retrò ma efficace del suono e del fraseggio. Tutti elementi che hanno contribuito a farne una delle poche vere e proprie star del firmamento jazzistico. Anche il trombettista Roy Hargrove appartiene alla ricca genìa dei giovani leoni emersi negli ultimi dieci anni: come Redman sfodera una tecnica abbagliante e un'energia swingante, aggressiva e coinvolgente, ma ha un senso progettuale forse più spiccato e un gusto più ampio per le contaminazioni, ad esempio con i ritmi latinoamericani. Il suo modello sembra essere un Miles Davis incrociato con il Clifford Brown più infuocato.

Decisamente più appartato ma non meno brillante è il pianista Cyrus Chestnut. Egli è emerso dalla dura ma straordinaria scuola della cantante Betty Carter, di cui fu brillante accompagnatore negli ultimi trii dal 1991 - non senza essersi fatto prima le ossa con Terence Blanchard e Wynton Marsalis. Alle sue spalle ci sono le radici nella musica da chiesa, il bebop e, in tempi più recenti, un profondo amore per il pianismo degli anni Venti e Trenta, di Fats Waller in particolare. Solista lucido, implacabile, fantasioso e avvincente, Chestnut è uno di quei rari artisti che sanno conciliare senso della tradizione e freschezza creativa.

Chiude il festival l'orchestra di Gil Evans. È tristemente ironico che questa orchestra goda ora di una stabilità di cui il suo fondatore non ha pienamente potuto godere in vita. Fortuna che alla guida della compagine ci sia ormai da qualche anno Miles Evans, figlio del grande compositore-arrangiatore, che ha saputo mantenere vivi con successo tutti gli elementi che rendono grande la musica del padre: la radicale rilettura di materiale preesistente, l'invenzione di combinazioni timbriche inaudite, l'arrangiamento "aperto", elaborato strada facendo, la continua con-fusione tra solisti e collettivo, il senso di "laboratorio" vivente della musica. E dunque Miles Evans chiude degnamente un festival che non solo ci offre alcuni tra i migliori giovani talenti emersi nell'ultimo decennio, ma ne celebra anche l'apertura di gusto e esperienza, sempre incrociando passato, presente e futuro. Che è ciò che fa crescere qualsiasi arte, compresa la musica.

Stefano Zenni
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