IL FESTIVAL - 2002

Pescara Jazz 2002
 

18 LUGLIO

FRANCO D'ANDREA & FRANCESCO CAFISO
LINCOLN CENTER JAZZ ORCHESTRA
with WYNTON MARSALIS
 
19 LUGLIO

OREGON
CARLA BLEY BIG BAND

20 LUGLIO

WAYNE SHORTER
THE ZAWINUL SYNDACATE

21 LUGLIO

MARCUS MILLER "M2"
GEORGE RUSSELL ORCHESTRA

Pescara Jazz 2002

I nuovi talenti sono la linfa del jazz: espressione del qui e ora, il jazz è vivo quando si rinnova con idee e energia fresche. Ma quelle idee rischiano di non andare lontano se non sono nutrite dalla conoscenza del passato, la cui luce continua a proiettarsi sul presente. Pescara Jazz 2002 è perfettamente in bilico tra queste due tensioni: quella dei nuovi talenti e quella dei maestri del passato. E non è un caso che il festival sia aperto da Francesco Cafiso (1989). Siciliano, tredici anni appena compiuti, sbalorditivo altosassofonista segnato dal fraseggio di Charlie Parker, ha già un curriculum impressionante di collaborazioni italiane e straniere. Franco D'Andrea (1941), dall'alto della sua esperienza farà da benevolo padrino nel debutto festivaliero di Cafiso. Che avrà tutto il tempo di maturare e, forse anche di cambiare il suo stile, come è accaduto ad un altro bambino prodigio oggi star internazionale, Wynton Marsalis (1961), che a diciannove anni era già nei Jazz Messengers di Art Blakey. L'intero mondo del jazz, in attesa di chissà quale nuovo messia, ci rimase male quando Marsalis manifestò le sue idee conservatrici, scatenando violente polemiche anche per il suo crescente potere nella programmazione musicale newyorkese. Oggi Marsalis non è solo un uomo di potere ma è soprattutto uno straordinario solista di tromba, che ha saputo sintetizzare con intelligenza un arco stilistico che va da Louis Armstrong a Booker Little, passando per Cootie Williams. Con la brillante Lincoln Center Jazz Orchestra propaganda nel mondo l'estetica neoconservatrice del jazz come riproposizione dei classici del passato. Il che in un'epoca di smemoratezza come la nostra non fa mai male, soprattutto se esercitata a questi livelli.

E proprio dal passato tornano gli Oregon, un gruppo formatosi nel 1970, ben trentadue anni fa, che si è saputo rinnovare anche dopo la morte di Collin Walcott nel 1984, sostituito da Trilok Gurtu. La forza che ha tenuto insieme gli Oregon in un'epoca in cui i gruppi jazz durano lo spazio di qualche serata è la sua identità, l'originalità di concezione sonora e compositiva, che ha saputo mescolare con intelligenza jazz, musica classica e etnica, anticipando le mode più recenti della world music, ma con una maggiore ampiezza di visione e solidità di risultati, attraverso le combinazioni timbriche di decine di strumenti in una trama mobile, sfaccettata, colorata. Negli stessi anni Settanta in cui gli Oregon lasciavano un segno nella musica contemporanea, Carla Bley (1938) manifestava i segni di una più completa maturazione stilistica. Compositrice eccentrica fin dai primi lavori degli anni Sessanta, dagli anni Ottanta la Bley si è poi sempre più concentrata sulle sue formazioni, per le quali ha sviluppato una scrittura orchestrale di forte impatto sonoro, aperta alle influenze della musica classica e leggera, trascinante e ricca di humor, con larghi spazi per i solisti più accattivanti.

Tornando agli anni Settanta: i due grandi ex leader dei Weather Report, contraltare terragno graffiante degli Oregon, si troveranno sul palco di Pescara Jazz alla testa di due formazioni, e il pubblico potrà verificare le diverse strade che hanno intrapreso. Josef Zawinul (1932), pianista soul jazz di Cannonball Adderley, geniale tastierista-alchimista del rock-jazz prima alla corte di Miles Davis e poi alla testa dei Weather Report, si è da tempo orientato con esiti felici verso una world music dal respiro sinfonico, tanto complessa sul piano della grande forma quanto colorata e immediata sul piano comunicativo. Wayne Shorter (1933), cresciuto con Art Blakey e Miles Davis, solista di grande personalità su un fondo coltraniano, compositore di memorabili temi sghembi e esploratore instancabile di inedite connessioni armoniche, dopo la felice stagione dei Weather Report ha vissuto una fase di incertezza stilistica da cui è riemerso con questo nuovo, dinamico quartetto.

L'ultima serata segna una perfetta sintesi del rapporto tra passato e presente nel jazz di oggi. Da un lato c'è Marcus Miller (1959), bassista e compositore, scoperto nel 1980 ancora da Miles Davis, che ha impresso vent'anni fa una svolta alle tecniche di produzione dei dischi, influenzando l'estetica di sintesi della musica nera degli anni Ottanta e Novanta, tra jazz, hip-hop, soul, rap, grazie ad un equilibrio intelligente tra tecnologia e visceralità espressiva. Dall'altro c'è George Russell (1923), di due generazioni prima, uno dei compositori più originali e creativi del dopoguerra, nonché il più grande teorico e intellettuale espresso dal jazz. Pur avendo lavorato a lungo come compositore e pianista con i suoi piccoli gruppi, Russell rimane un geniale autore per big band, in grado di unire tecniche africane di piramidi sonore, aree di musica elettronica (di cui è stato un pioniere), scrittura a sviluppo classico, temi bop e rivoluzionarie esplorazioni armoniche. Da qualche anno la sua orchestra esibisce un'energia ancora più marcata, grazie ai brillanti solisti cui Russell lascia briglia sciolta lungo le agili architetture delle sue composizioni, oggi danzanti su elastici ritmi funky. A quasi ottanta anni George Russell si staglia ancora come una delle figure più vitali del jazz, a dimostrazione che il talento, quello vero, non ha a che fare con l'età.

Stefano Zenni

Main supporter
con il sostegno di