IL FESTIVAL - 2003

Pescara Jazz 2003
 

17 LUGLIO

BOBBY McFERRIN
CHICK COREA & BOBBY McFERRIN DUO
THE CHICK COREA ELEKTRIC BAND
 
18 LUGLIO

JAN GARBAREK GROUP

19 LUGLIO

CAETANO VELOSO
voz & violao

20 LUGLIO

LAURIE ANDERSON SONGS AND STORIES
CHARLES LLOYD QUARTET

Pescara Jazz 2003

La diffusione universale del jazz ha convinto anche il pubblico più conservatore che il jazz non è solo americano ma è una musica capace di declinarsi in lingue e forme proprie dei vari angoli del mondo in cui si diffonde. Non solo, esso ha mutato e continua a mutare aspetto proprio a seconda delle culture che lo plasmano, che ne ridefiniscono stili, valori, identità. Una malleabilità, quella del jazz che ha radici lontane, nella capacità degli schiavi africani di adattarsi a un mondo e a una condizione così atrocemente diversi come quello dello schiavismo americano. Una flessibilità che è propria di tutte le musiche afroamericane, che in questa nuova edizione di Pescara Jazz si dispiegano in tutta la loro affascinante varietà. Bobby McFerrin (1950) ha letteralmente rivoluzionato il modo di pensare alla vocalità jazz: forte di un virtuosismo sconfinato e di un controllo totale sugli stili più diversi, il cantante di New York ha allargato gli orizzonti della voce oltre ogni limite immaginabile, inventando nuovi modi di emettere suoni, di fraseggiare, estendere, stirare, comprimere, elaborare il suono, il tutto con uno spirito giocoso, allegro, mai serioso, che gli ha conquistato il favore del pubblico. McFerrin predilige le esecuzioni in solitudine, e per questo il suo duo con Chick Corea (1941) rappresenta uno dei momenti clou del festival: due virtuosi a confronto con stili e approcci decisamente affini che faranno scintille. Corea è poi protagonista del concerto con la sua Elektric Band, una brillante, energica formazione che aggiorna i fasti del jazz rock anni Settanta - di cui Corea è stato un protagonista essenziale - in chiave contemporanea, esaltandone il gusto eclettico e spettacolare.

La presenza di Jan Garbarek (1947) testimonia della ricchezza di forme del jazz fuori dagli USA. Norvegese, Garbarek è emerso alla fine degli anni Sessanta come solista di grande originalità, lirico e aggressivo, con un grande senso dello "spazio" sonoro. Negli anni l'aggressività si è stemperata in un lirismo contemplativo, sensuale e melodico, del tutto personale, che lo ha portato al successo internazionale, fino all'incontro vagamente new age con altre musiche (quelle medioevali o quelle orientali).

Con Caetano Veloso (1942) ci allontaniamo dal jazz ma rimaniamo saldamente nell'area della musica afroamericana, in particolare della musica popolare brasiliana che rappresenta uno dei fenomeni più innovativi e affascinanti della musica contemporanea. Attingendo a una tradizione che mescola Africa, Stati Uniti, Portogallo, Veloso ha ulteriormente allargato i confini della sua musica inglobandovi elementi ispanici, amerindi, italiani e in generale mediterranei, il tutto con un'eleganza, una raffinatezza e un gusto comunicativo che fanno di Veloso uno dei più grandi artisti contemporanei.

Come Garbarek, anche Charles Lloyd (1938) nasce da una costola di John Coltrane, di cui fu il più fedele seguace. Ma al mondo di Coltrane Lloyd seppe aggiungere una qualità sognante, galleggiante, delicata, senza perdere in energia. Emerso con successo alla fine degli anni Sessanta, dopo un lungo silenzio Lloyd è tornato in piena forma negli anni Novanta, senza aver perso nulla del fascino del suo suono.

Non di solo suono è fatta invece l'arte di Laurie Anderson (1947), che non si può definire un'artista rock o pop, bensì solo una straordinaria compositrice e "regista" di spettacoli multimediali, in cui la musica, la messa inscena, il video e soprattutto la parola si fondono in uno spettacolo tra i più affascinanti che si possano vedere oggi su un palcoscenico. Artista di grande rigore, Laurie Anderson è riuscita a portare al grande pubblico un'arte innovativa con lo spirito del completo coinvolgimento: un'altra delle grandi eredità lasciate dalla musica afroamericana a questo nuovo, giovane secolo.

Stefano Zenni

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