IL FESTIVAL - 2006

Pescara Jazz 2006
 

12 LUGLIO

TRACY CHAPMAN
 
13 LUGLIO

WAYNE SHORTER QUARTET
feat. JOHN PATITUCCI - DANILO PEREZ - BRIAN BLADE

14 LUGLIO

RON CARTER - RUSSELL MALONE - MULGREW MILLER TRIO
FRANCESCO CAFISO
I SOLISTI DI PERUGIA
"Omaggio a Charlie Parker"

15 LUGLIO

GARY BURTON'S "GENERATIONS"
THE DIZZY GILLESPIE ALL-STAR BIG BAND

Pescara Jazz 2006

Come di consueto, anche quest'anno Pescara Jazz si apre con un grande concerto non strettamente legato al jazz, ma comunque espressione della cultura musicale americana. Tracy Chapman (1964) è una delle più brillanti cantautrici contemporanee. Emersa a metà degli anni Ottanta, subito interessatasi alla tradizione folk/rock della narrazione cantata, ha raggiunto rapidamente il successo grazie all'intelligenza dei suoi testi e alla raffinatezza delle scelte musicali. L'esplicito impegno politico l'ha avvicinata al pubblico dei college, esercitando un'influenza importante sulla coscienza sociale degli studenti, dopo anni di torpore politico (gli "orribili anni Ottanta" raccontati dal film cult Donnie Darko). La Chapman ha saputo gestire con intelligenza i successi alterni e le svolte stilistiche, con l'allargamento ad altri linguaggi afroamericani, come il blues, fino a divenire oggi una figura amata e rispettata.

E veniamo al jazz, a uno dei suoi più grandi protagonisti: Wayne Shorter (1933), sassofonista, compositore tra i più influenti e emozionanti, profondo innovatore del linguaggio jazz. Prima con Art Blakey (1959-1963), poi con Miles Davis (1964-1970), poi con i Weather Report (1985) e infine con i suoi gruppi, Shorter ha ridisegnato il rapporto tra melodia e armonia, ha reso cantabili melodie appoggiate su giri armonici inediti, ha saputo diffondere una nuova idea di lirismo, asciutto, emozionante, intenso e del tutto imprevedibile. Dopo una lunga crisi negli anni Novanta che sembrava darlo per spacciato, oggi Shorter è tornato a livelli altissimi con una musica libera, aperta, complessa, che trita, mescola, rivolta le sue vecchie composizioni, in un magma travolgente in cui si colgono brandelli della sua storia riforgiati con energia e lucidità che lasciano senza parole.

Compagno di avventure di Wayne Shorter nel quintetto di Miles Davis, il bassista Ron Carter (1937) non ha mai conosciuto crisi: il suo suono profondo, burroso e morbido ha aperto nuovi spazi e respiri alla sezione ritmica contemporanea: flessibilità, leggerezza, apertura ritmica sono costanti dello stile di Carter, che certo non è mai stato un accompagnatore nel senso tradizionale del termine. A Pescara Jazz lo ascoltiamo in un trio dal profilo anni Quaranta, chitarra, pianoforte e contrabbasso, un sound divulgato da Nat King Cole, tenuto vivo dal primo Oscar Peterson e oggi ritornato in auge grazie a Diana Krall. E proprio dal trio della cantante proviene guarda caso il chitarrista Russell Malone (1963), di formazione rhythm'n'blues, mentre Mulgrew Miller (1955) si è imposto fin dagli anni Ottanta come il pianista mainstream più robusto, elegante e creativo delle ultime generazioni.

E a proposito di ultime generazioni, ormai il giovane Francesco Cafiso (1989) non ha più bisogno di presentazioni: anche perché a Pescara Jazz è di casa, visto che proprio qui, nel 2002, Cafiso fu scoperto da Wynton Marsalis che lo ha lanciato sulla scena internazionale. Ora Cafiso, che non ha mai fatto mistero di essere profondamente ispirato dalla musica di Charlie Parker, ripercorre le orme di Bird in una delle operazioni più note e discusse, l'unione di sax, ritmica e archi. All'epoca, nei primi anni Cinquanta, quell'operazione aveva per Parker sia un valore di legittimazione (suonare con strumenti classici) sia rappresentava il tentativo di avvicinare un pubblico più ampio. I puristi hanno sempre storto il naso, ma Cafiso - che dispiega la sua immaginazione sciolta e generosa - evita la doppia trappola del jazz classicheggiante e dell'omaggio sterile suonando gli arrangiamenti originali con spirito nuovo: quindi omaggio al sound parkeriano, certo, ma nell'ottica del presente.

Generazioni a confronto, ma stavolta su un piano concreto anziché ideale, nel gruppo di Gary Burton (1943). D'altra parte da uno dei più grandi didatti di jazz non si poteva non aspettare un'apertura ai giovani, un desiderio continuo di confrontarsi con esperienze diverse, una visione ricca, ampia della musica. Burton è stato un grande innovatore del vibrafono, e attraverso l'uso delle quattro bacchette, l'assenza di vibrato, la ricerca di timbri raffinati, ha introdotto nel jazz, sin dagli anni Sessanta, una vena ora folk ora world, comunque lirica, riflessiva, che Burton ha saputo innervare della tipica energia del jazz.

Un'energia che si fa esplosiva quando sul palco salirà The Dizzy Gillespie All Star Big Band. Pur essendo stato uno dei creatori del bop e uno degli innovatori della musica per piccolo gruppo, per tutta la vita Dizzy Gillespie (1917-1993) ha ambito a dirigere una big band. Essendo "nato" professionalmente come arrangiatore e trombettista (debuttò con l'orchestra di Cab Calloway), aveva sempre amato l'energia del suono orchestrale, conferendogli però un'agilità inedita, una mobilità trascinante. Purtroppo le difficoltà gestionali ed economiche legate alla big band costrinsero Gillespie ad avere solo sporadiche opportunità orchestrali, ma ora, a tredici anni dalla morte, il sogno di Gillespie torna ad avverarsi, con una grande orchestra di tutte stelle che celebrerà la perenne vitalità della sua musica e del jazz tutto.

Stefano Zenni
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