IL FESTIVAL - 2008

Pescara Jazz 2008
 

15 LUGLIO

KEITH JARRETT
GARY PEACOCK
JACK DeJOHNETTE
 
18 LUGLIO

GARY BURTON QUARTET REVISITED
with PAT METHENY, STEVE SWALLOW & ANTONIO SANCHEZ

19 LUGLIO

BOBBY HUTCHERSON QUARTET
HERBIE HANCOCK
The River of Possibilities Tour

20 LUGLIO

CHET MOOD
Enrico Rava - Philip Catherine - Riccardo Dal Fra - Aldo Romano
MARIA SCHNEIDER

Pescara Jazz 2008

Nei primi venti o trent'anni della sua storia il jazz è stata una musica di massa, un'arte popolare, con i suoi eroi e le sue stelle: Louis Armstrong, Benny Goodman, Duke Ellington, nomi in grado di attrarre folle vastissime. Poi il jazz si è per così dire laicizzato: dagli anni Quaranta ha progressivamente perso quel pubblico di adolescenti e giovani che affollava le sale da ballo negli anni Venti e Trenta; l'età media degli ascoltatori si è alzata e gli eroi sono scomparsi.

Il fenomeno Keith Jarrett (1945) è molto affascinante anche sul piano sociologico, poiché egli oggi incarna una sorta di mitologia del musicista "sublime" che sembra appartenere più al mondo della musica classica che al jazz, e questo a prescindere dal valore effettivo della sua musica. Emerso alla fine degli anni Sessanta come un musicista avventuroso e raffinato, Jarrett si è imposto negli anni Settanta come un originale continuatore pianistico della lezione di Ornette Coleman. La svolta conservatrice dello Standard Trio ha coinciso, forse non a caso, con la progressiva mitizzazione della sua figura: ad un approccio timbrico sempre più raffinato, a tratti estenuato, corrisponde una sorta di splendido "congelamento" della musica, che lascia ammirati per la perfezione formale e insieme perplessi per la sostanziale mancanza di prospettive, in una dimensione rituale che alimenta il culto di un pubblico sempre più vasto.

Negli anni Settanta Jarrett era il musicista di punta di una scuola "bianca" di jazzisti in cui Gary Burton (1943) ha pure avuto un ruolo cruciale come musicista e didatta. Innovatore della tecnica e del linguaggio del vibrafono (con il proverbiale uso delle quattro bacchette), Burton ha portato nel jazz - insieme a Jarrett - una componente country, e a tratti rock, che ha poi alimentato il talento di Pat Metheny (1954), scoperto ventenne proprio da Burton. Ora dopo più di trent'anni quel gruppo si ritrova insieme nel segno di una profonda affinità stilistica, fatta di immaginazione melodica, eleganza, misura, gusto armonico.

Un'epoca formidabile, gli anni Settanta, in cui personalità emerse nel decennio precedente, come Bobby Hutcherson (1941) e Herbie Hancock (1940) viravano in direzioni molto diverse: lo stile sperimentale, audace ed eccentrico del primo Hutcherson, virtuoso spericolato e immaginifico del vibrafono, volgeva verso una declinazione personale del nuovo hard bop, in cui maturavano la sua vena compositiva, il gusto per le armonie inusuali (con le classiche due bacchette), e in generale un approccio più classico ma molto personale, conservato fino ad oggi. Diverso il caso di Hancock, che negli anni Settanta inaugurò la sua fase elettrica e funky, prima aspramente visionaria con il suo sestetto, poi via via più vicina al soul di consumo, peraltro con una formidabile capacità di cogliere con grande successo le tendenze del momento. In anni più recenti la sua vena sembrava essersi appannata, ma ora il consenso raggiunto dal progetto sulle canzoni di Joni Mitchell - che pure vanta non occasionali incontri con il jazz - gli ha fatto conquistare il Grammy, grazie ad un sapiente lavoro di arrangiamento su un repertorio di gran pregio.

Un'altra figura che ha raggiunto proporzioni "mitiche" nel pantheon del jazz, al di là degli indubbi meriti musicali, è stato Chet Baker, la cui unione di maledettismo biografico e dolcezza melodica ha conquistato l'immaginario degli ascoltatori, fino a diventare una sorta di icona romantica, come un moderno Bix Beiderbecke. A vent'anni dalla tragica morte, Baker viene omaggiato da un gruppo di livello assoluto guidato da Enrico Rava (1939) e costituito da musicisti che con Baker hanno condiviso l'ultima stagione della carriera, quindi capace di ritrovare quella sintesi di lirismo e energia, relax e swing che ha caratterizzato, sull'onda di un repertorio di classici, la musica del trombettista americano.

Il festival si chiude con l'orchestra di Maria Schneider (1960), il più formidabile talento orchestrale emerso negli ultimi vent'anni. Allieva di Gil Evans e Bob Brookmeyer, vincitrice di innumerevoli premi, la Schneider è oggi acclamata come la figura guida dell'orchestra jazz contemporanea. Dai suoi maestri ha ereditato la ricchezza della trama timbrica, la scrittura iridescente, ricca, frastagliata, che insegue sonorità nuove e fortemente liriche. Al tempo stesso la Schneider è saldamente ancorata al linguaggio della big band, a quel concentrato di energia trascinante che è la scrittura swing. Per questo la sua musica si impone quale felice conciliazione di creatività sofisticata e immediatezza popolare, come nella migliore tradizione del grande jazz.

Stefano Zenni

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