IL FESTIVAL - 2012

Pescara Jazz 2012
 

5 LUGLIO - TEATRO D'ANNUNZIO

CHICK COREA & STEFANO BOLLANI
 
9 LUGLIO - PESCARA JAZZ VILLAGE @ AURUM

GIANLUCA ESPOSITO QUARTET feat. MAURIZIO GIAMMARCO

10 LUGLIO - PESCARA JAZZ VILLAGE @ AURUM

MARIO ROMANO QUARTET feat. PAT LA BARBERA

11 LUGLIO

TONY PANCELLA QUINTET
 
12 LUGLIO - PESCARA JAZZ VILLAGE @ AURUM

ALAIN CARON QUARTET
 
13 LUGLIO - TEATRO D'ANNUNZIO

AL DI MEOLA WORLD SINFONIA feat. GONZALO RUBALCABA
ROBERTA GAMBARINI QUARTET

14 LUGLIO - TEATRO D'ANNUNZIO

MOSTLY MONK. AN EVENING WITH 4 PIANOS
JOE LOVANO & DAVE DOUGLAS QUINTET: SOUND PRINTS

15 LUGLIO - TEATRO D'ANNUNZIO

WAYNE SHORTET QUARTET
ENRICO RAVA & PMJL: WE WANT MICHAEL

Pescara Jazz 2012

Era il 1948 quando a Nizza si tenne il primo festival del jazz del mondo. Un’idea che si rivelò vincente, proprio con la formula nizzarda: radunare in qualche giorno d’estate un certo numero di grandi maestri del jazz internazionale, di diversa estrazione stilistica, in una località turistica, meglio se balneare. L’idea fu ripresa dagli americani, che nel 1954 fondarono il festival di Newport e nel 1958 il gemello californiano a Monterey. Intanto in Italia nel 1956 veniva avviato a Sanremo il primo festival del jazz. Quello di Pescara nacque un po’ più tardi, nel 1969, ma delle manifestazioni di quegli anni è rimasto l’unico ancora attivo. Se si fanno due conti e si considera l’interruzione tra il 1977 e il 1980, fanno quarant’anni di vita, un caso unico nella storia jazzistica del nostro paese. E non è un caso che proprio l’edizione del quarantennale riannodi qualche filo con il passato e segua un criterio di dialoghi generazionali.

Ad esempio il festival torna ad avere degli spazi collaterali, questa volta all’Aurum: vetrine per musicisti di primo piano, dal “nostro” Tony Pancella a nomi internazionali come Pat LaBarbera e Alain Caron. E tornano le jam sessions, che tanta parte hanno avuto nella storia leggendaria di Pescara Jazz, stavolta insieme ai seminari e alla Chicago Jazz Orchestra, in una rinnovata collaborazione con il Columbia College di Chicago, città che è ancora oggi una delle capitali internazionali del jazz.

Il programma al D’Annunzio segue una logica affine, di apertura internazionale e confronto generazionale, declinato in modi molto diversi. Ci sono Chick Corea e Stefano Bollani, che dialogano su un fertile terreno di improvvisazione esuberante e gioiosa: uno padre del moderno pianismo jazz, l’altro figlio di una passione onnivora per il pianoforte. E il pianoforte è il protagonista di una serata dedicata a Thelonious Monk, nel trentennale della morte, con quattro grandi solisti che attraversano due generazioni, dal maestro Kenny Barron agli “allievi” (si fa per dire) Benny Green e Eric Reed, passando per il “mediatore” Mulgrew Miller, tutti uniti da una rilettura robustamente mainstream dell’eredità del “monaco” del jazz.

A proposito di collaborazioni, quella di Joe Lovano e Dave Douglas vede insieme due dei talenti più nitidi emersi nella New York bianca degli anni Ottanta, in bilico tra jazz postcoltraniano, recupero di correnti marginali degli anni Sessanta (ad esempio Booker Little) e gusto tutto postmoderno per il racconto lucido e ironico della Storia.

Una Storia che sa rinnovarsi, quella del jazz, come dimostra il caso miracoloso di Wayne Shorter, che ormai vive da anni una seconda, strepitosa giovinezza, animata da tensioni sperimentali assenti nella sua produzione classica, che in questo quartetto viene centrifugata, sminuzzata e ricomposta in una tempesta di travolgente energia creativa.

Il confronto tra generazioni si riaffaccia nella visione world del veterano Al Di Meola che incontra il pianismo rigoglioso del cubano Gonzalo Rubalcaba: un accostamento solo in apparenza incongruo, che invece si fonda su una comune matrice virtuosistica e un profondo interesse per le musiche latinoamericane.

Un tempo era difficile per musicisti non americani sfondare negli USA: ci riuscì in anni non facili la cantante Roberta Gambarini, che si è conquistata con merito un posto non secondario nella scena del canto jazz americano e giunge per la prima volta a Pescara Jazz. E sarà bello metterla a confronto con il monumentale Paolo Conte, che invece dell’America si nutre in forme mitiche e poetiche. Ma forse la figura più emblematica qui è Enrico Rava, che del dialogo tra generazioni diverse ha fatto la ragione della sua carriera più recente: non solo il suo gruppo è tutto costituito dai migliori giovani talenti italiani, ma ora si dedica alla rilettura della musica di Michael Jackson, troppo spesso snobbato dai jazzofili e invece figura chiave del rinnovamento della musica nera degli anni Ottanta e Novanta. Con questa apertura alle musiche più diverse Pescara Jazz può guardare con fiducia ai prossimi traguardi musicali e culturali.

Stefano Zenni.

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