1969 - 1° Festival Internazionale del Jazz
Del jazz si parla, in Europa, da
quarant’anni almeno, e tuttavia pochissimi, al di
fuori della ristretta cerchia degli specialisti, sanno
con una certa precisione di che cosa si tratti. I più
identificano il jazz con la musica leggera americana
in senso lato; altri pensano che il jazz appartenga al
passato: agli anni folli di Francis Scott Fitzgerald -
che parlò di “età del jazz” senza saperne nulla, o
quasi -, o a quelli di George Gershwin.
Il guaio è che anche gli specialisti si trovano in
difficoltà se qualcuno chiede loro di definire il jazz
descrivendone i caratteri e le forme.
Uno, nessuno e centomila, come un personaggio
pirandelliano, il jazz si è infatti venuto evolvendo e
trasformando profondamente nel corso degli ultimi
settant’anni, assumendo via via aspetti, ed anche
significati, diversissimi. Così, una definizione formale
del jazz è oggi pressoché impossibile: per dire che cos’è
il jazz occorre raccontarne la lunga e avventurosa storia,
le cui premesse devono essere cercate nella deportazione
dei negri dell’Africa Occidentale nel territorio del Sud
degli Stati Uniti.
Il jazz nacque così: dalla graduale acculturazione del
negro africano nel nuovo continente; dall’incontro, cioè,
della musica tribale - anzi, delle musiche, giacché il
folklore musicale dell’Africa Occidentale era ed è tuttora
ricchissimo - con la musica “bianca” che gli schiavi negri
incontrarono nella loro nuova patria. Fu questa l’origine
dei canti delle piantagioni (i “calls”, gli “hollers”, i
“work songs”) e fu l’origine dei canti religiosi negri, e
cioè gli “spirituals”, in cui si avverte chiaramente l’eco
degli inni metodisti. Nel primitivo “ragtime”, che fu la
musica strumentale che precedette il jazz e che fu
soprattutto diffuso nel Missouri, si sente l’influsso di
certa musica popolare francese, scozzese e irlandese, che
si ritrova ancora nella musica che facevano le
impennacchiate fanfare che all’inizio del secolo
percorrevano suonando le strade di New Orleans, nelle liete
ed anche nelle tristi ricorrenze.
Da quegli anni, in cui il jazz precisò i suoi lineamenti,
ad oggi, il cammino della musica afro-americana è stato
lungo ed anche faticoso.
Sarebbe stato certo più facile, quel cammino, se il jazz
non fosse stato e non fosse praticamente sempre vissuto
negli ambienti più lontani da quelli in cui vive ed opera
la classe dominante americana; poiché, invece, è ed è
sempre stata la musica dei negri americani, ed un poco
anche degli italo-americani e degli ebrei giunti nel nuovo
continente dai paesi dell’Europa Orientale, ha attraversato
lunghi periodi di crisi, interrotti solo da qualche breve
stagione felice. Ci si deve chiedere, tuttavia, se quei
brevi periodi di fortuna abbiano coinciso con dei momenti
altrettanto felicemente creativi, o se invece il successo
non sia arriso soprattutto a chi abbia cercato di
commercializzare il jazz, sacrificandone alcuni dei
caratteri più interessanti e originali. La risposta giusta
è proprio questa: il jazz ha avuto successo quando ha
cercato di assomigliare il più possibile all’altra musica;
quando ha cercato di essere orecchiabile, ballabile,
divertente.
Oggi i musicisti di jazz tentano solo di rado di andare
incontro al gusto del pubblico; i più preferiscono suonare
la loro musica senza neppure sperare di dividere il
successo cogli esponenti della “pop music “. Molti di loro,
per non essere costretti a sottostare alle pressioni
esercitate su di loro, negli Stati Uniti, dagli esponenti
del “music business” (ed anche per sfuggire alle
discriminazioni razziali), hanno preferito emigrare in
Europa.
Qui, nel vecchio continente, il jazz vive una vita più
serena; persino quello che vien fatto dai musicisti
appartenenti alla più spericolata avanguardia è accettato e
studiato, oltre che, naturalmente, imitato.
Così, in Europa, ci si imbatte sempre più spesso nel jazz
fatto dai grandi maestri d’oltre oceano, a fianco dei quali
operano ormai un gran numero di solisti europei meritevoli
della massima attenzione.
Un’occasione per un incontro con alcuni fra i primi della
classe americani ed europei ci vien fornita dal Festival
del jazz organizzato quest’anno, per la prima volta, a
Pescara. Sarà un lietissimo incontro per chi già conosce a
fondo la musica afro-americana; sarà forse un incontro
sorprendente per chi di questa musica non conosce altro che
il nome.
Arrigo Polillo