Pescara Jazz Festival 74
Fino a qualche anno fa il jazz era
musica da iniziati e ne aveva tutte le
caratteristiche: sia i musicisti che gli appassionati
erano, più che una élite, degli emarginati culturali e
sociali. Emarginati culturali perché erano rifiutati
sia dalla cultura ufficiale, sia dalla cultura di
massa. Emarginati sociali perché erano rifiutati sia
dal sistema dominante, sia dalle grandi correnti
rivoluzionarie. A questa situazione reagivano con
atteggiamenti tipici dell’emarginato: comunicazione
attraverso gerghi particolari, drastica divisione fra
iniziati e non (“in” e “out”), genio e sregolatezza
(alcool e droga), ineffabilità dei giudizi (solo chi è
dentro può capire, gli altri sono tutti “square “).
Tutti quelli che seguono il jazz da vicino, da almeno
dieci anni, hanno potuto sperimentare questo
comportamento, di cui hanno al tempo stesso sofferto e
goduto: sofferto per la difficoltà di sentirsi
incompresi e rifiutati dai più, goduto per la
soddisfazione di appartenere ad una ristretta cerchia
di illuminati. Oggi la situazione appare mutata in
modo evidente. Il jazz è stato accettato, o almeno sta
per diventare man mano più accetto alla cultura
ufficiale: lo provano i vari festivals, i corsi al
conservatorio, i libri che si pubblicano; è accettato
o sta per divenire più accetto alla cultura di massa:
lo provano il largo uso che ne fa la filodiffusione,
le edizioni discografiche, il gran concorso di
pubblico che si verifica in determinate occasioni.
Naturalmente il jazz non ha più bisogno di grosse
iniziazioni. Un direttore di banca o un vigile urbano
e relative consorti che si trovino ad assistere ad un
festival come quello di Pescara non hanno bisogno di
essere introdotti in modo particolare ad una siffatta
esperienza, perché si trovano di fronte ad uno
spettacolo di prim’ordine, con artisti di fama
internazionale, in una struttura avallata dalle
istituzioni ufficiali come l’Azienda di Soggiorno. Il
jazz a questo livello automaticamente viene a trovarsi
alla pari con il teatro, col balletto, col concerto
sinfonico, con la vedette di musica leggera o di
cabaret. La stessa musica è stata sentita già tante
volte, o nelle sue manifestazioni genuine, o
nell’assimilazione che ne hanno fatto la musica
leggera, lo spettacolo televisivo, il cinema. In altre
parole, la struttura dell’orchestra leggera della
televisione deriva da quella di Woody Herman e delle
altre famose orchestre americane: perciò ascoltare
Herman non è una esperienza scioccante, ma è
confortante nella misura in cui dopo aver digerito
bene i derivati ci si trova di fronte ad una matrice
facilmente riconoscibile. Il jazz dunque diventa
sempre più integrato, fa parte in maniera via via più
vistosa del panorama di “performances” del costume,
della società, della cultura attuali. Integrandosi
però ha perso quelle sue caratteristiche esoteriche,
iniziatiche, esclusive, ed ha accolto nel suo
linguaggio patrimoni musicali diversissimi, dalla
musica orientale alle avanguardie storiche europee,
dalla musica folkloristica al pop, dalla musica di
commento e sottofondo alla protesta politica. Oggi
perciò non è tanto difficile capire che cosa sia il
jazz, quanto fino a che punto una certa musica possa
considerarsi jazz; di fronte a Barney Bigard, a
Cannonball o a Gillespie sappiamo tutti che si tratta
di jazz inequivocabile; di fronte ai mutevoli
arabeschi di Keith Jarrett o alla pantomima dell’Art
Ensemble di Chicago la faccenda è più problematica,
perché quel jazz che riconoscevamo così bene in Horace
Silver appare solo a tratti, per poi scorrere in mille
rivoli verso pianismi tardoromantici o balletti
mitteleuropei, ninne-nanne o inni di lotta, pacifica
estaticità psichedelica o fieri cipigli di protesta.
Anche il jazz tradizionale attingeva a musiche
estranee, ma se ne serviva come materiali grezzi che
trasformava e assimilava. Oggi avviene piuttosto il
contrario, in quanto è il jazz stesso che vuole essere
diverso da sé, e che cerca di assomigliare ora alla
musica sperimentale, ora al pop elettronico, ora al
canto politico. Gli iniziati di allora spesso si
ritrovano smarriti di fronte ad un festival di oggi -
il festival, più di ogni altra occasione, mostra in
una vetrina unica un campionario vivente di jazzisti
vecchi e nuovi, in latente o lampante contraddizione
fra di loro - perché se da una parte la musica delle
vecchie glorie dà la tenerezza dei ricordi ma non
l’emozione della sorpresa, la musica delle nuove
stelle spesso ignora o smentisce elementi che erano
ritenuti esclusivi del jazz e capaci di
caratterizzarlo nei confronti dell’altra musica (parlo
dello swing, del sound, del beat, e così via). Ma di
fronte ai vecchi iniziati sorge un pubblico nuovo, più
vasto, più giovane, che si accosta al jazz, come a
qualsiasi altra musica e lo gusta, se ne emoziona, lo
consuma. E il jazz si adegua, perde la sua spigolosità
e la sua intransigenza, e finisce col distinguersi da
altri generi di musica più che altro per la
completezza e la generosità dei suoi improvvisatori.
Forse ancora questo è il grosso messaggio umano che il
jazz può darci: nella persona dell’improvvisatore
agiscono contemporaneamente i ruoli del compositore,
dello strumentatore, del virtuoso, dell’interprete,
dell’uomo di spettacolo, e si annullano come ruoli per
far trionfare l’uomo nella sua capacità di
completezza; l’improvvisatore contrappone la sua
complessa umanità alla spietata logica della società
attuale, che vuole sempre più separate le nostre
funzioni, i nostri ruoli, le nostre competenze.
L’improvvisatore oggi più che colpirci con la sua
musica, ci attrae col suo stesso esistere ed agire di
fronte a noi, testimoniandoci di aver perduto una
completezza che potremmo ancora riconquistare.
Umberto Santucci