Pescara Jazz Festival 75
Batterista ineguagliabile - il cui
gioco possente e complesso ha trasformato le abitudini
di ascolto e di lavoro di tutta una generazione di
fans e di musicisti - dopo aver fatto parte per cinque
anni del Quartetto di John Coltrane (un “combo”
entrato ormai nella storia e nella leggenda del jazz),
Elvin Jones ha formato un proprio complesso che si è
imposto in breve all’attenzione del pubblico e della
critica di tutto il mondo. La sua musica rivela una
buona dose di originalità, un jazz moderno che non
sconfina nelle sabbie mobili del free e non perde mai
d’occhio lo swing, ma segue un chiaro disegno, senza
per questo sfiorare mai la banalità. Decisamente nuova
e originale è la composizione del gruppo col quale si
esibisce a Pescara. Nato a Chicago nel 1945, membro
della AACM, Anthony Braxton, eclettico
multistrumentista afroamericano, è una delle figure
più interessanti e rappresentative apparse sulla scena
della nostra musica da cinque anni a questa parte.
Braxton diversifica al massimo le fonti sonore
ricorrendo ogni volta a diverse di esse (egli stesso
suona il sax alto, il sax soprano, il clarino basso e
contrabbasso, il flauto - oltre ad altri strumenti ad
ancia - nonché svariati strumenti percussivi) tant’è
che in un primo momento è stato visto come un
discepolo di Ornette Coleman. Fautore
dell’improvvisazione totale e collettiva, propone
sovente una musica di tipo espressionista, dove il
potenziale di sorpresa è rafforzato da un evidente
gusto per la gag sonora o visiva. Braxton è un
ricercatore inesauribile che si studia di cavare tutto
quanto è possibile dai suoi strumenti e dalle diverse
situazioni in cui viene professionalmente coinvolto,
dalla compartecipazione alle più varie esperienze
musicali. Si parla di lui come di una figura
essenziale per l’avvenire della musica afroamericana,
di uno dei pochi degni di succedere ai creatori del
decennio precedente. Qualche anno fa, l’apparizione di
Roland Kirk sulla scena del jazz provocò una
moltitudine di reazioni fra i critici e i jazz-fans di
tutto il mondo. L’immagine di Roland Kirk - cieco, con
berretto, occhiali neri e barbetta, che suonava
simultaneamente tre sassofoni e che portava appesi al
collo una mezza dozzina di flauti e fischietti vari -
apparve su una grande quantità di giornali che non si
erano mai occupati in precedenza di musica.
Fortunatamente, al tempo stesso, ci si potè rendere
conto che al di là del tentativo di una certa parte
della stampa di presentarlo come una specie di
fenomeno da fiera, Kirk si rivelava in verità un
fenomeno di un genere del tutto differente. Ci si
accorse in effetti che, sia suonasse il tenore o uno
dei suoi tipici strumenti quali lo strich o il
manzello, Kirk era uno strumentista straordinariamente
eclettico, capace di citare e di evocare Bechet,
Charlie Parker o John Coltrane. Ci si accorse in
maniera ancora più evidente che Kirk era uno dei più
grandi bluesman che il jazz abbia mai conosciuto,
nonché l’inventore di uno stile al flauto in seguito
ultracopiato. Uomo orchestra, Kirk è esteticamente
inclassificabile, e ciò è probabilmente una delle
ragioni delle discussioni che suscita nell’ambito del
jazz. Attraverso il suo gioco solistico è tutta la
storia del jazz che è evocata e l’eccezionale
intensità emotiva ne fa una delle figure più
importanti della musica di oggi. Don Cherry tenta una
sfrenata commistione di tutte le musiche
(afroamericane, africane, asiatiche, ecc.) di ogni
suono (suona la cornetta, la tromba tascabile, ogni
tipo di flauto - spesso due alla volta -, il
pianoforte, diversi strumenti percussivi; ricorre a
tutte le possibilità sonore del corpo - schiocchi
delle dita, rumori della bocca, fischi e anche ai
suoni elettronici). Vagheggia una musica universale
dove associare l’eredità africana, le polifonie del
jazz delle origini, nonché le risorse della tecnica
moderna, ricorrendo alle costanti essenziali quali la
preminenza degli elementi ritmici e percussivi e delle
melodie semplici quasi “primitive”, e ciò con la
rivalorizzazione degli elementi costitutivi delle
musiche africane. Don Cherry ha svolto un ruolo
determinante nel passaggio dal jazz al free jazz
quanto Ornette Coleman con il quale ha lavorato a
lungo, elaborando assieme le nuove forme della musica
afroamericana. E’ uno dei personaggi più
rappresentativi e affascinanti della scena del jazz
attuale. Sulla rivista parigina “Jazz Magazine” del
luglio 1968 Frank Tenot così chiudeva un lungo
reportage dalla California: “Chet Baker vive sulla
West Coast, in un luogo che egli tiene segreto e che
nessuno, qui, cerca di scoprire. Compare, di tanto in
tanto, in un night-club, con la tromba sotto il
braccio, per una jam-session. Non appena lo vedono
arrivare, però, i musicisti chiudono il più in fretta
possibile il brano e fanno lunghe soste. Ma Chet vuole
suonare ad ogni costo, con risultati spesso penosi.
Chet è perduto per il jazz”. Dopo qualche tempo gli
faceva eco dall’Italia Bruno Schiozzi che scriveva:
“Chet non è morto, ma per la storia del jazz è come se
lo fosse”. Invece, con una forza di volontà che ha del
prodigioso, l’artista dal volto di bambino è riuscito
a ricostruirsi e torna ora in Italia, al Festival di
Pescara, dopo un’assenza di circa quindici anni. Torna
Chet Baker, il trombettista dalla sonorità sottile e
sprovvista di vibrato, dal fraseggio elegante, dalle
idee fervide, con la sua arte che pare dettata dalla
grazia più che dalla forza creativa. Torna Chet Baker,
il cantante che provocò una frattura di giudizi fra i
critici, alcuni dei quali gli rimproveravano la
“femminilità” del suo vocale, ma dovevano pur
ammettere che poche volte il jazz moderno aveva potuto
fruire di un cantante così personale ed espressivo,
fuori dagli schemi tradizionali. Il suo ritorno
cancella di colpo quindici anni di attese e di
speranze di tutti noi che non abbiamo mai voluto
credere che non lo avremmo più ascoltato. Se non ci
fosse stato Charles Mingus, il jazz di oggi sarebbe
probabilmente molto diverso: in realtà si dovette
soprattutto a lui se, alla fine degli anni cinquanta,
il jazz acquistò quella carica aggressiva,
quell’impeto a tratti selvaggio che avrebbe
contraddistinto la musica di John Coltrane e quindi
degli esponenti della New Thing. Si dovette ancora
soprattutto a Mingus se il jazz divenne a poco a poco,
e sempre più, politicamente significante, e se i
musicisti di jazz divennero dei combattenti sul fronte
delle rivendicazioni per una migliore giustizia
sociale nei rapporti fra le razze negli Stati Uniti.
Nato a Nogales, Arizona, nel 1922, è con Ellington,
Armstrong e Parker uno dei quattro grandi del jazz,
alla cui evoluzione ha apportato un contributo di
primo piano. Contrabbassista, compositore,
arrangiatore, direttore d’orchestra, si è affermato
come uno dei più personali e coraggiosi esponenti del
jazz d’avanguardia nonostante la sua musica affondi le
radici nel blues e nella tradizione (Ellington, a suo
stesso dire, è stato la fonte prima di ispirazione).
Compositore di immenso talento (solo Ellington gli è
alla pari), è senza dubbio il più grande “leader” che
il jazz abbia mai prodotto: la grinta e il vulcanico
temperamento gli permettono di ottenere dai suoi
musicisti il massimo delle proprie capacità ed una
perfetta aderenza alla sua musica ed ai profondi
significati che essa racchiude.
Mario Luzzi