Pescara Jazz 82
Sul finire degli anni Quaranta, quando
il trio di Red Norvo debuttò in California, il jazz
viveva il periodo “cool” e questo interessante
complessino senza batteria finì in quel calderone
senza rispecchiarne interamente i segni. La cifra
sonora del trio aveva un vago senso cameristico ma era
sorretto da uno swing sottile e sofisticato; una
musica raccolta ma comunicativa, quasi colloquiale ma
viva. D’altronde Norvo, che negli anni Venti aveva
avviato in prima persona la storia del vibrafono nel
jazz, era un musicista flessibile avendo partecipato a
varie fasi dello sviluppo jazzistico e, dunque, capace
di esprimersi su ampi raggi dialettici. L’incontro con
Tal Farlow, musicista raffinato e sensibile, dal suono
ardente e corposo, scattante e concreto, permise a
Norvo di realizzare le sue idee. E oggi, trent’anni
dopo, quel calore e quelle sofisticate sonorità si
ripresentano ampliate e quanto mai fresche. I Jazz
Messengers, una delle realtà più sincere e pungenti
dell’arte musicale afroamericana, si avviano
felicemente a celebrare i propri trenta anni di
ininterrotta attività. In questo lungo lasso di tempo
nel complessino sono passati una sequela di giovani
talenti che all’interno della famiglia di Art Blakey
hanno trovato l’ambiente ideale per focalizzare le
proprie ambizioni. E in questa dinastia di messaggeri
del jazz, che poggia su basi semplici e vigorose, su
una musicalità esplicita che produce una festosa e
sintetica analisi delle dialettiche jazzistiche di
questo secolo, la figura di Blakey ricorda quella di
un patriarca indulgente che dai succhi giovanili dei
suoi figliocci trae l’energia necessaria per
mantenersi giovane, per rigenerarsi continuamente. E
la presenza di un ospite illustre come Dizzy Gillespie
non può che stimolare ulteriormente le capacità del
fantasioso complessino. Dotato di ampie capacità
tecniche e di un talento naturale, Franco D’Andrea ha
il dono di sapersi esprimere con un senso di serena
umanità, sgombrando il campo di inutili virtuosismi
fini a se stessi ma muovendosi attraverso una serie di
“moods”, di stati d’animo, di tensioni sonore che
nascono all’interno del suo personale mondo poetico.
In questo quartetto di recente costituzione, accanto
al suo pianismo crepuscolare e incisivo, appare un
sassofonista originale, un giovane talento che
possiede quel temperamento necessario per tessere
trame sonore di singolare bellezza e profondità che,
con l’apporto di un solido contrabbassista e di un
preciso e fantasioso batterista, concorrono ad
illustrare e a completare il discorso avviato dal
pianista, i cui impulsi sono sempre caratterizzati da
una grande coerenza e da un senso di proiezione verso
un universo sonoro che al raziocinio contrappone
creatività. Poco più che ventenne, il pianista
francese Michel Petrucciani è già divenuto il
beniamino di critica e pubblico, una volta tanto,
senza fratture di giudizio. E questo è il risultato di
una personalità precoce dotata di estro e senso della
misura, di generosità e coordinazione, di veemenza
ritmica e raffinatezza armonica, di sensibilità e
“sense of humour”, ma soprattutto di capacità di
analizzare e sintetizzare la tradizione pianistica. E
poi, cosa assai rara per un ragazzo che vive in
condizioni fisiche disagiate, Petrucciani ha una
incredibile voglia di vivere, una festosità che
trasmette in maniera quasi telepatica a chi ha la
fortuna di ascoltarlo. La sua è una festa non stop,
avviata dal suo canto dai riflessi solari, giovanili
ma maturati al sole di una tradizione che ha appreso
con anni di studio e che riaffiora attraverso un canto
improvvisato con raziocinio e fantasia con “joie de
vivre et de jouer de la musique”. II suo è un
autentico “caso “ legato ad una popolarità che ha
fatto passare inosservato il vero valore della sua
musica. Un successo che ha finito per agire in senso
negativo, come è accaduto a Stan Getz o a Benny
Goodman, perché chi faceva opinione ritenne scandaloso
che un bianco guadagnasse prestigio con una musica
creata dal nero-americano. E quel successo Dave
Brubeck se lo porta dietro come un fardello
incancellabile, malgrado che nella sua lunga carriera
abbia più volte mostrato qualità musicali
indiscutibili e sia riuscito a mascherare abilmente
certe sue naturali tendenze verso il romanticismo
europeo con l’inventiva e l’incisività espressiva
proprie del jazz. Malgrado queste oneste
considerazioni e il suo swing mordente e fantasioso,
il suo martellante e colorito uso della tastiera, la
rigogliosa funzionalità dei suoi complessini, Brubeck
è ancora sbadatamente letto in chiave esclusivamente
commerciale. La confluenza tra rigore accademico e
libertà improvvisativa è il punto d’incontro che muove
Claudio Cojaniz, nuovo talento pianistico. Una serie
di pronunce e di accenti che, allineate con logica e
intelligenza, esplorano quell’ampio spazio dialettico
della cultura musicale contemporanea senza porsi
angusti confini ma, al contrario, lavorando proprio su
idee provenienti da più poli espressivi che si pongono
in un rapporto di serena e reciproca dipendenza.
Infatti, ascoltando il compìto lavoro del trentenne
pianista friulano, accanto alla mano sicura del
concertista, appaiono, come lampi di luce, gli
spezzoni di scale continuamente manipolati, rivoltati
e trasposti di un Cecil Taylor, la poetica ombrosa di
un Thelonious Monk, quel senso di inquieta pace di un
Bill Evans. Naturalmente queste sensazioni, questa
cattedrale di suoni sono la confluenza di echi esterni
e interni dell’artista. La figura di Jimmy Giuffre
sembra riflettere quella dell’eterno ricercatore,
dell’uomo costantemente assorbito da una indagine
conoscitiva che tende ad ampliare i propri orizzonti e
a svincolare la musica dai luoghi comuni. La sua
sensibile e descrittiva analisi sul folklore
illustrata dal suo trio negli anni Cinquanta, le
sonorità arcigne e avanguardistiche investigate
accanto a Paul Bley, il suo apporto compositivo -
basta pensare al celebre Four Brothers -, le sue ampie
qualità di arrangiatore, il suo innovativo uso del
clarinetto sorretto da un lirismo estatico, quasi
distillato, che arriva come un soffio velato di
malinconico calore, ricco di toni chiaroscurali
tendenti al cupo, sono i segni di una preparazione
musicale completa che tenta, ad ogni occasione, di
rinnovarsi e completarsi ulteriormente nutrendosi di
tutte quelle linfe vitali che la sua ricerca coglie
lungo i percorsi della vita. Eredi di una libertà
espressiva conquistata dalla fertile esperienza
mingusiana, George Adams e Don Pullen, da alcuni anni,
portano avanti un discorso che affonda corposamente
nella propria tradizione e che rappresenta un
ulteriore approfondimento dell’espressione popolare
afroamericana. Quel chiaro e schietto profumo “funky”
che traspare dalla loro musica, quell’aspetto festoso
e disinibito, legato alla “strada”, è forse il segno
più coinvolgente e caratterizzante della loro
espressione; più dello sguaiato e lirico sassofono di
Adams, più del turbolento e devastante pianismo di
Pullen. Il loro è una sorta di viaggio all’interno del
nero d’America, del suo “quotidiano” espresso con
fierezza, quasi a voler ricordare che “Black is
beautiful”, tentando costantemente di renderlo
semplice e danzante, allegro e scanzonato, così come
appare ad un casuale osservatore delle strade
d’America o del black ghetto.
Mario Luzzi