Pescara Jazz 94
Da più di vent’anni ormai l’estate a
Pescara vuol dire jazz, musica di qualità ascoltata
nello splendido Parco Le Naiadi in un intreccio di
cultura, intrattenimento e socializzazione che, per
vivacità dei programmi e partecipazione del pubblico
ha pochi riscontri in Italia. E a portare il messaggio
della musica, del blues in particolare, nella
provincia pescarese, sarà quest’anno la cantante Marva
Wright. È tradizione del festival vero e proprio
aprire le danze con un gruppo italiano. Quest’anno è
di scena una formazione speciale per un progetto
singolare, dedicato al grande cantautore Luigi Tenco.
A realizzarlo si sono messi insieme quattro dei
maggiori solisti italiani: la cantante Tiziana
Ghiglioni, il trombettista Paolo Fresu, il
sassofonista Gianluigi Trovesi e il pianista Umberto
Petrin. L’idea di rileggere in chiave jazzistica le
canzoni italiane, gli “italian standards”, come
qualcuno li chiama, circola già da diversi anni tra i
jazzisti italiani, e lo stesso Tenco è stato oggetto
di alcune interpretazioni. Qui però per la prima volta
un unico gruppo si dedica a un solo autore. Si tratta
di un’operazione del tutto legittima e simile a quella
fatta sui cosiddetti standards (o evergreens)
americani: una canzone stimola la creatività del
jazzista. A maggior ragione i nostri musicisti si
accostano ad un autore italiano, che non possono non
sentire più vicino per formazione culturale, lingua e
sensibilità musicale (Tenco tra l’altro era anche un
sassofonista jazz dilettante, alla Paul Desmond).
L’idea di un’eredità musicale che viene riletta e
mantenuta viva è alla base anche della Mingus Big
Band, un’orchestra di recente formazione guidata da
Susan Mingus, vedova di Charles Mingus (Nogales 1922 -
Cuernavaca 1979). A differenza dei vari gruppi Mingus
Dynasty ascoltati negli ultimi anni, questa big band
non è obbligatoriamente costituita da musicisti che
hanno suonato con il grande contrabbassista. Il suo
approccio al repertorio è, di conseguenza, più
disinibito, meno condizionato dall’ombra del
compositore. In fondo è proprio la libertà di
approccio alla musica il messaggio e il valore più
profondi che Mingus ci ha lasciato. Inoltre Mingus
amava il suono orchestrale (anche se raramente ha
avuto i mezzi finanziari per permettersene una) e
questa compagine, composta di giovani talenti e di
veterani (spesso guidati dall’arrangiatore Sy Johnson,
collaboratore di Mingus negli ultimi anni),
restituisce con giusta vitalità la polifonia, la
ricchezza di colori, il cangiare del mood e dei ritmi
che animano la musica di Charles Mingus. Ben due
orchestre quest’anno a Pescara Jazz. La seconda,
celebre e storica, rappresenta una prima assoluta per
il festival: la Liberation Music Orchestra di Charlie
Haden (Shenandoah, 1937). Nata nel 1969 da un’idea di
Haden e della compositrice Carla Bley (Oakland, 1938)
essa raccoglieva alcuni dei più bei nomi
dell’avanguardia americana di quegli anni, da Don
Cherry a Gato Barbieri a Paul Motian a Roswell Rudd.
L’orchestra si impose, fin dal nome, per il proprio
impegno ideologico, una costante della poetica di
Haden, che ha mantenuto fino ad oggi. La LMO non ha
mai avuto una vita continua: dopo il famoso disco
Impulse del 1969, scomparve dalle scene e resuscitò
nel 1982 e nel 1985, quando uscì un secondo disco per
la ECM. Nel 1990 l’orchestra, quasi completamente
rinnovata, forte di alcuni dei grandi solisti di oggi,
ha prodotto un Cd-capolavoro, “Dream Keeper”, il cui
successo ha assicurato alla compagine una maggiore
presenza sui palcoscenici di mezzo mondo. Il
repertorio della LMO, con composizioni e arrangiamenti
di Carla Bley, Charlie Haden e Karen Mantler (si noti
la presenza femminile nella guida dell’orchestra), è
tutto rivolto all’intenso recupero e all’esaltazione
dell’eredità musicale e ideologica dei paesi e delle
popolazioni oppresse di tutto il mondo, con una
particolare attenzione per l’America Latina: canti
popolari, inni rivoluzionari, composizioni corali
ispirate alla tolleranza, pezzi di cantautori non
americani (il cubano Silvio Rodriguez, ad esempio).
Insieme essi compongono un canto altissimo di
speranza, invito alla tolleranza e alla lotta per
l’uguaglianza sociale che risolve l’antico, discusso
rapporto tra musica e politica in un unico gesto:
quello della poesia. Anche il trio Gateway nasce in
un’altra epoca, circa vent’anni fa, e ha avuto
un’esistenza discontinua. Questo non vuol dire che la
sua incidenza sia stata trascurabile, soprattutto
perché a formarlo ci sono tre dei maggiori
protagonisti del jazz d’oggi: il chitarrista John
Abercrombie (Porchester, 1944), il contrabbassista
inglese Dave Holland (Wolverhampton, 1946) e il
batterista Jack De Johnette (Chicago, 1942). La musica
del trio risente della molteplicità di esperienze che
i tre hanno realizzato nelle loro intensissime
carriere: dal free jazz al jazz modale, dalla ricerca
sul timbro (tipica della tecnica di Abercrombie)
all’apertura ritmica e armonica, stimolata dalla
pariteticità dei ruoli nel trio. Jazz contemporaneo
senza aggettivi, insomma, e di alta qualità. Il jazz
degli anni Ottanta è sembrato particolarmente prodigo
di nuovi talenti, spesso giovanissimi, dotati di una
tecnica spettacolare anche se musicalmente ancora
acerbi. Si tratta di musicisti americani, di regola
neri, provenienti dall’area di New York o di New
Orleans. Ma qualcuno viene anche da fuori. È il caso
di Gonzalo Rubalcaba (L’Avana, 1963), pianista cubano,
cresciuto con la musica del suo paese e quindi
scoperto e lanciato da Charlie Haden. Rubalcaba, che a
Pescara suona in trio con Ron Carter, uno dei più
grandi bassisti della storia del jazz, e il batterista
Jul Barreto, si è rapidamente imposto in mezzo mondo
(spesso dovendo aggirare i problemi
politico-diplomatici tra USA e Cuba) grazie ad una
tecnica formidabile ed a un pianismo torrenziale,
spettacolare, informato ad una estetica del “tutto
pieno” che però dovrà lasciare col tempo più spazio ad
una musicalità più meditata. Rubalcaba è oggi una
delle figure più interessanti e insieme più discusse
tra le nuove generazioni. Come è tradizione per
Pescara Jazz, il gran finale è riservato ad una star
popolare e quest’anno è la volta della cantante Dee
Dee Bridgewater (Memphis, 1950). La Bridgewater da noi
è conosciuta purtroppo più per una sua apparizione
sanremese che per le sue effettive qualità. Musicista
raffinata, passa con duttilità dal jazz moderno di un
Max Roach al teatro musicale, in cui si esibisce anche
come attrice, dal confronto con un orchestra
all’accompagnamento in trio, alla canzone leggera.
Forse negli ultimi anni questo eclettismo ha nuociuto
alla sua immagine e alla sua musica ma quando vuole la
Bridgewater sa essere una cantante stilisticamente
coerente e musicalmente intelligente, ricca di risorse
e sfumature che ravviva con una consumata abilità
scenica. Proprio quello che ci vuole per chiudere in
bellezza Pescara Jazz 94.
Stefano Zenni