Pescara Jazz 95
Nel suo cammino ormai centenario il
jazz ha incrociato, influenzato e trasformato le più
diverse tradizioni musicali del nostro secolo, da
quelle cosiddette colte a quelle popolari, senza per
questo trascurare una costante riflessione sulla
propria storia, che si è fatta più profonda
nell’ultimo quindicennio. Il festival di Pescara Jazz
consente quest’anno di saggiare la grande flessibilità
della musica creata dai neri d’America agli albori del
Novecento attraverso un programma che contempla grandi
nomi della tradizione, omaggi a maestri non jazzisti,
nuovi talenti, spazio all’Europa e riletture
contemporanee dell’eredità afroamericana. La prima
serata coinvolge i musicisti e il pubblico in due
omaggi resi a due diversissimi e grandi compositori
del nostro tempo: Nino Rota e Antonio Carlos Jobim. Un
quintetto italo-francese diretto da Enrico Rava e
Richard Galliano rilegge le musiche di Nino Rota, che,
insieme a Ennio Morricone, è stato il nostro maggiore
autore di colonne sonore per il cinema, e la cui arte
è indissolubilmente legata a quella di Federico
Fellini. L’idea di Rava e Galliano è particolarmente
centrata sia perché la tromba e la fisarmonica sono
due strumenti chiave della musica di Rota, sia perché
il lirismo connaturato ai due interpreti si trova
sulla stessa onda di quello sprigionato dalle melodie
rotiane, ricche di movimenti di danza e di una
leggerezza mista a malinconia. La figura di Antonio
Carlos Jobim, recentemente scomparso, è
intrinsecamente più vicina al jazz. Infatti Jobim si
ispirò in parte proprio ad esso nella creazione della
bossa nova, che nacque dall’incontro dei ritmi della
tradizione popolare brasiliana con le armonie
jazzistiche, e che fu abbracciata, nei primi anni
sessanta, da numerosi jazzisti (Stan Getz su tutti),
dando vita a una moda che è poi diventata parte
integrante della storia. Oggi, a rileggere le
immortali canzoni di Jobim, si è impegnato Joe
Henderson assurto finalmente al pieno riconoscimento
del pubblico dopo decenni di grande musica prodotta
lontano dai clamori divistici. Certamente l’arte
essenziale, antiretorica, allusiva e tagliente del
sassofonista è la garanzia di un omaggio esente da
esotismi e facili concessioni di colore. Fra i tanti
giovani leoni apparsi con sospetta frequenza in questi
ultimi anni - spesso musicisti immaturi lanciati dalle
multinazionali del disco -, Joshua Redman è uno dei
pochi ad avere le caratteristiche del vero talento.
Figlio d’arte, Redman si pone sul tradizionale asse
stilistico del moderno sax tenore, che non può
prescindere dalla lezione di Coltrane e di Sonny
Rollins, e che pure trova in Joe Henderson un punto di
riferimento non convenzionale, il tutto con un
approccio lucido e fresco alla musica che, nel giro di
poco tempo, ha già conquistato pubblico e critica e
lascia ben sperare per il futuro. Il duo di Gary
Burton e Chick Corea appartiene alla più nobile
tradizione bianca del jazz. Incontratisi nel 1972 e
poi ritrovatisi più volte negli anni successivi, il
vibrafonista e il pianista hanno prodotto insieme
alcune delle cose più pregevoli della loro carriera.
Entrambi sono musicisti colti e raffinati, legati ad
una concezione timbrica fatta di sottigliezze e
preziosità; inclini al virtuosismo, trovano nel duo un
equilibrio felice, sul terreno di una musica a volte
influenzata dalla tradizione classica europea e pure
costantemente innervata dal più squisito spirito
jazzistico. La terza serata è più composita. Si apre
con un singolare ed eccitante duo francese, composto
dal pianista Michel Petrucciani e dall’organista Eddy
Louiss. Se Petrucciani è oggi ben noto al di là del
caso umano, grazie alle sue straordinarie doti di
improvvisatore intenso, incalzante e immaginoso, dal
tocco finissimo e dall’ispirazione melodica
inesauribile, Eddy Louiss è sconosciuto ai non
addetti. Ed è un peccato, perché Louiss è uno dei
solisti più originali, creativi e singolari del jazz
europeo, leader di un non dimenticato trio con
Jean-Luc Ponty e Daniel Humair e collaboratore, nei
primi anni Settanta, di Stan Getz in un’avventura
felicissima e breve. Insieme a Jimmy Smith e Larry
Young, Louiss può essere considerato senza esitazione
il maggior solista di organo Hammond della storia del
jazz. Gran finale con la “Great Black Music”, la
“Grande musica nera” senza aggettivi. La Brass Fantasy
di Lester Bowie, il trombettista in camice da dottore,
co-fondatore dell’Art Ensemble of Chicago e
protagonista dell’avanguardia di Chicago, è una
singolare orchestra di soli ottoni (che però a Pescara
si esibirà con una formazione allargata). Memore delle
sonorità delle bande marcianti di New Orleans nei
primi del secolo, quelle da cui in breve nascerà il
jazz, la Brass Fantasy suona tutto ciò che è legato
alla tradizione nera, dal dixieland a Duke Ellington,
da Charlie Parker a Marvin Gaye, dal gospel a (se
necessario) Frank Sinatra, in un gioioso abbraccio di
tutta la musica afroamericana, a testimoniarne la
perpetua ed eccitante vitalità.
Stefano Zenni