Pescara Jazz 96
L’estate pescarese del jazz si apre
quest’anno all’insegna dello strumento principe della
tradizione italiana: la fisarmonica.Pur essendo
documentata fin dagli anni Venti, la fisarmonica ha
avuto un ruolo del tutto marginale nel jazz, almeno
finché in anni più recenti il recupero delle
tradizioni autoctone in chiave jazzistica ha indotto
numerosi jazzisti europei a riscoprire le potenzialità
di questo strumento. In Italia poi il maggior jazzista
d’anteguerra è stato un grande fisarmonicista come
Gorni Kramer, e la fisarmonica è strumento diffuso un
po’ in tutto il paese, da nord a sud alle isole.
Questo consente a due musicisti radicati in realtà
diverse, il piemontese Gianni Coscia e il sardo
Antonello Salis, di dialogare con i loro strumenti.
Per Coscia la fisarmonica è lo strumento d’elezione,
che gli consente di passare agevolmente dalla musica
popolare al jazz; per Salis è invece uno dei due
strumenti (l’altro è il pianoforte) attraverso cui
scaricare una carica espressiva che si nutre dì
esperienze d’avanguardia. Ben diversa è la musica
proposta dal gruppo Roots, cioè “Radici”. Sì tratta
delle radici del jazz, naturalmente, che i Roots
simboleggiano nel sassofono, lo strumento con la più
forte identità jazzistica e che proprio grazie a
grandi solisti neri come Coleman Hawkins e Lester
Young ha acquisito una sua compiuta identità. I Roots
riuniscono valenti solisti di generazioni diverse, dai
veterani Benny Golson (1929) (anche grande compositore
e arrangiatore) e Nathan Davis (1937) ai più giovani
Arthur Blythe (1940) e Chico Freeman (1949), tutti con
risonanze diverse accomunati da una concezione robusta
e virile del suono sassofonistico. Alle ance si
aggiunge la tromba del brasiliano Claudio Roditi
(1947), uno dei virtuosi di tromba più brillanti e
infuocati emersi negli ultimi anni. Sostiene il gruppo
una sezione ritmica di lusso, come si suol dire, che
allinea tre fuoriclasse che non falliscono un colpo:
da notare per tutti il batterista Ed Thigpen (1930),
indimenticato, elastico metronomo del trio di Oscar
Peterson. La seconda serata è insieme il cuore del
festival e il suo fiore all’occhiello: gli spettatori
potranno infatti ascoltare il meglio del piano jazz
mainstream e d’avanguardia. Con una sorpresa: una
prima assoluta per l’Italia. Infatti, per quanto possa
sembrare incredibile, pare proprio che Billy Taylor
(1921), uno dei più importanti pianisti bop, uno dei
sidemen più ricercati da musicisti come Charlie
Parker, Roy Eldridge, Lee Konitz, Oscar Pettiford, non
abbia mai suonato in Italia. Pescara Jazz presenta per
la prima volta al pubblico italiano uno degli ultimi e
maggiori pianisti della generazione del bop, ancora
oggi, a settantacinque anni, solista di grande energia
e di creatività senza cedimenti, che conosce a
menadito la storia jazz dello strumento (è autore
anche di un importante libro sull’argomento) e che,
oltre ad aver diretto delle big band, lavora da
quarant’anni alla formula del trio. Come se non
bastasse Taylor è un grande didatta: la sua
Jazzmobile, una organizzazione di concerti e
conferenze ambulanti attiva a New York dalla metà
degli anni Sessanta, ha contribuito in maniera
decisiva alla diffusione della cultura jazzistica
presso un pubblico più vasto. La seconda parte della
serata sarà occupata da un ideale continuatore di
Taylor, il pianista Kenny Barron (1943), probabilmente
l’epitome del moderno piano jazz: il passaggio di
testimone sarà affidato ad un duetto. Barron è la
sintesi del piano jazz mainstream in una forma
personalissima i cui ingredienti sono un tocco
vellutato, una tavolozza armonica ricca e raffinata,
una immaginazione melodica inesauribile e un senso
della forma infallibile. Con lui sono due vecchi e
affiatatissimi compagni di viaggio, il bassista Ray
Drummond e il batterista Ben Riley, con cui vi è ormai
un rapporto di telepatia. Infine Pescara Jazz presenta
in esclusiva italiana e per la prima volta in questo
festival Cecil Taylor (1929), ovvero il pianoforte
contemporaneo nella sua forma più estrema. Chi conosce
Taylor sa che egli ha dovuto lottare per anni per
affermare la sua musica dall’impatto così fisico,
traumatizzante, violento: un misto di Ellington, Monk
e Stockhausen frullati da un’energia fisica
impressionante, che avvicina i suoi assoli a veri e
propri rituali africani con pianoforte (egli infatti
si avvicina allo strumento danzando e recitando
poesie). Oggi, dopo quasi quarant’anni dal debutto, è
certamente riduttivo ricondurre Taylor al free jazz,
anche se egli è maturato in quella temperie
stilistica: si tratta piuttosto di un grande classico
contemporaneo, forse il maggior pianista vivente. A
chi lo ascoltasse per la prima volta consigliamo una
grande disponibilità mentale e un lucido abbandono
alle sonorità liriche e tempestose che ci
avvolgeranno: ad un ascolto non superficiale, la
musica di Taylor non appare affatto caotica ed è
pervasa da una poesia arcana e ipnotica. La serata
conclusiva è all’insegna delle prelibatezze melodiche
e compositive. Particolarmente felice è il quartetto
del sassofonista Joe Lovano (1952) solista dal
fraseggio lucido e trascinante ma dal timbro leggero e
trasparente e di Jim Hall (1930), vero poeta
illuminista della chitarra, dispensatore di colori e
raffinatezze impareggiabili e ferreo organizzatore
musicale: entrambi condividono una concezione della
musica antiretorica, essenziale, raffinata e di
assoluta onestà espressiva. Quella stessa contagiosa
onestà e freschezza espressive che tengono sulla
breccia l’inossidabile Horace Silver (1928),
l’architetto dell’hard bop, il compositore di temi
memorabili divenuti dei classici del jazz moderno, dal
profilo melodico semplice e netto eppure sempre
fresco, il direttore di quintetti attraverso cui sono
passati infiniti talenti, da Clifford Brown a Michael
Brecker, l’arrangiatore sagace e sorprendente, il
pianista martellante e percussivo che tiene sui
carboni ardenti i solisti: una formula, quella di
Silver, che funziona magnificamente da decenni e che
mantiene inalterata la sua positiva carica vitale e
comunicativa.
Stefano Zenni