Pescara Jazz 97
Nel 1969 nasceva quella che è a
tutt’oggi, tra i festival “viventi”, la manifestazione
jazzistica più longeva d’Italia. Dopo venticinque
anni, Pescara Jazz continua ad essere uno degli
appuntamenti più seguiti e apprezzati dell’estate
jazzistica del nostro paese: lungi dall’essere un
semplice contenitore, la rassegna si è conquistata uno
spazio grazie alla sua identità artistica, che punta a
presentare al pubblico estivo i maggiori nomi della
scena internazionale, senza trascurare le proposte
singolari, lo spazio per il jazz abruzzese e
naturalmente le esclusive. Le quali abbondano
quest’anno. Inoltre, in occasione del compleanno, il
festival si estende su tutta l’ultima settimana di
luglio e gli eventi si moltiplicano, coinvolgendo
l’intera città e la provincia. L’ouverture del
festival è affidata ad un nome storico della vocalità
a cavallo tra pop e jazz, Al Jarreau (1940), virtuoso
emerso alla metà degli anni ‘70, dotato di un’enorme
facilità tecnica, di un timbro quasi “neutro”, con
poco vibrato, flessibile e mobile, di una tessitura
molto ampia entro cui spazia con vertiginosi salti di
registro, e di uno spiccato senso poliritmico, qualità
che rendono le sue performance vocali degli spettacoli
“totali”. Nei quattro giorni successivi due gruppi
americani e quattro abruzzesi coinvolgeranno la città
e la provincia nella festosa celebrazione del
venticinquennale del festival, il quale riprende la
sua tradizionale programmazione nel fine settimana con
i Take Six, celebre sestetto vocale a cappella (cioè
senza accompagnamento) emerso alla fine degli anni
‘80. Figli di una tradizione vocale risalente
all’Ottocento americano, quella del barbershop quartet
(quartetti a cappella che cantavano melodie
tradizionali armonizzate), in seguito rinata con i
gruppi gospel degli anni Quaranta e Cinquanta, i Take
Six hanno saputo mescolare abilmente accenti sacri e
profani, senso moderno dell’armonia jazz, omogeneità
timbrica, virtuosismo d’insieme, con un pulsante senso
ritmico squisitamente afroamericano. Ben diversa la
musica di Ivan Lins (1946), cantautore brasiliano tra
i più importanti e apprezzati, autore di un hit,
Madalena, già a 25 anni, emerso intorno alla metà
degli anni Settanta e giunto sulla ribalta
internazionale negli anni Ottanta. Lins è anzitutto un
raffinato autore di canzoni brasiliane, in bilico tra
rispetto della tradizione e innovazione, che ha
collaborato a lungo con jazzisti (cantanti,
soprattutto) come Sarah Vaughan, Carmen McRae, Patti
Austin, Quincy Jones, Lee Ritenour o i Manhattan
Transfer. A Pescara, in esclusiva italiana, è
affiancato da uno dei più brillanti trombettisti jazz
dell’ultima generazione, Terence Blanchard (1962).
Ancora in esclusiva italiana è il trio del danese
Niels-Henning Ørsted Pedersen (1946), ex bambino
prodigio, supervirtuoso del contrabbasso, partner di
un’inifinità di grandi solisti americani, che lo hanno
scelto per il suo senso del tempo infallibile, per
l’immaginazione melodica, e soprattutto per la sua
stupefacente facilità tecnico-espressiva sul
contrabbasso, affrontato con una tecnica innovativa e
un suono denso e elastico. Questa volta N.H.Ø.P.
suonerà come leader di un trio che presenta un
progetto musicale a lungo maturato. Ma indubbiamente
il clou del festival è rappresentato dalla festa per i
novant’anni di Benny Carter (1907), che Pescara
celebra in esclusiva europea. Impossibile riassumere
la carriera di quello che è l’ultimo, straordinario
protagonista di tutta la storia del jazz fin dalle
origini. L’uomo che sarà sul palco a Pescara negli
anni Venti suonava e scriveva per l’orchestra di
Fletcher Henderson; è stato uno dei creatori della
tecnica dell’arrangiamento jazz per orchestra
(all’interno della quale ha messo a punto
l’armonizzazione della sezione sax), ha contribuito
negli anni Trenta alla diffusione e alla crescita del
jazz in Europa, ha sviluppato al sassofono uno stile
personalissimo, elegante e ornato, è stato
trombettista focoso e energico, ha diretto
un’orchestra negli anni ‘40, ha contribuito come
compositore e arrangiatore ad una infinità di sedute
di incisione dei più grandi cantanti, strumentisti e
orchestre, ha scritto colonne sonore per film,
telefilm, documentari, è stato un grande didatta, e
naturalmente ha suonato praticamente con tutti i
grandi del jazz di questo secolo, tra i quali va
annoverato. Ma il vero miracolo di Carter è che tra
gli ottanta e novant’anni egli è ulteriormente
maturato musicalmente, esaltando ancora di più la sua
innata eleganza strumentale e la sua lucidità
architettonica: un miracolo che festeggeremo a Pescara
con la ritmica del grande Tommy Flanagan (1930) e la
straordinaria presenza di un amico ospite, Johnny
Griffin (1928). Dopo la celebrazione, la chiusura del
festival sarà dedicata al jazz contemporaneo: si
comincia con due vecchi amici che si ritrovano
insieme, Herbie Hancock (1940) e Wayne Shorter (1933).
Hancock e Shorter hanno rinnovato radicalmente il jazz
moderno con una serie di dischi e composizioni, alcuni
prodotti insieme nei primi anni Sessanta e poi nello
storico quintetto di Miles Davis, quindi in carriere
separate (ma intersecatesi spesso). Le loro idee
melodiche, armoniche e ritmiche, gli stili
strumentali, i temi e le composizioni, le tecniche
improvvisative sono state oggi totalmente assimilate
nel linguaggio corrente della musica contemporanea. La
punta più interessante del jazz contemporaneo è qui
rappresentata da Don Byron (1958), specialista del
clarinetto, riportato in primo piano nella musica nera
dopo un lungo oblio. Byron è un musicista tanto
energico quanto eclettico e consapevole della
tradizione: partito dall’avanguardia, capace di
suonare in contesti molto differenti, politicamente
consapevole, Byron sta esplorando sistematicamente la
tradizione musicale americana, traendo dall’ombra e
restituendo alla storia gli aspetti e i compositori
apparentemente di secondo piano, dal klezmer di Mickey
Katz, al progetto sulla musica latinoamericana a
questo “Bug Music”, in cui vengono brillantemente
riletti la musica di John Kirby (1908-1952),
sottovalutato leader di un raffinatissimo sestetto
negli Trenta, e di Raymond Scott (1910-1994),
compositore negli anni Trenta di bizzarra musica
novelty di alto livello. Un lavoro bifronte che
rinnova la tradizione per guardare al futuro; il che
ci sembra un ottimo augurio anche per i prossimi
venticinque anni di Pescara Jazz.
Stefano Zenni