Pescara Jazz 2000
Giunto alla fatidica data del 2000
Pescara Jazz continua a riservare sorprese. Divenuto
ormai un complesso di manifestazioni della durata di
una settimana, dislocato in tutta la città e
itinerante in provincia, il festival ha ora lo spazio
fisico e temporale per poter dispiegare tutte le sue
proposte. Il Jazz in provincia, anzitutto: per quattro
giorni il Chicago Jazz Ensemble riempirà di musica le
belle piazze di alcuni paesi dell’entroterra
pescarese. Lo stesso gruppo fornirà lo spunto per le
Jam Session, cui parteciperanno anche gli studenti dei
seminari. E poi c’è Jazz in città, ovvero la vetrina,
nel cuore di Pescara, per i musicisti dell’area
abruzzese. Naturalmente il nucleo forte del festival
rimane la rassegna al Teatro-Monumento D’Annunzio che,
come è consuetudine, si apre con un grande concerto
“limitrofo” al jazz, di notevole spessore musicale:
quest’anno è la volta di Joan Baez, mitica cantante
folk americana. Emersa alla fine degli anni Cinquanta,
la Baez è presto divenuta l’interprete maggiore del
folk revival americano (supportando anche l’ascesa di
Bob Dylan). Fin da subito ha affiancato la ricerca
sulla musica tradizionale statunitense ad un forte
impegno politico che la pose in prima fila nel
movimento pacifista di quegli anni. Sarà interessante
cogliere la maturità di questa splendida voce, oggi
quasi sessantenne, e continuare ad apprezzare la
contiguità tra il repertorio popolare bianco e quello
afroamericano, da cui il jazz è nato. Il festival vero
e proprio si articola nelle consuete tre serate ed ha
un contenuto più squisitamente jazzistico. La prima
serata è aperta da un’altra grande signora del canto,
Dee Dee Bridgewater, una vera dominatrice del
palcoscenico. La Bridgewater infatti ha avuto una
duplice formazione, jazzistica e teatrale: nel primo
campo ha cantato per quattro anni (tra il ’70 e il
’74) con la Thad Jones-Mel Lewis Big Band, e con Max
Roach, Dizzy Gillespie, Stanley Clarke; ma poi si è
dedicata al teatro musicale, apparendo in ruoli
importanti in spettacoli come Sophisticated Ladies,
Lady Day (in cui interpretava Billie Holiday) e
numerosi altri, soprattutto in Europa. In tal modo il
suo stile si è venuto definendo come quello di una
musicista-attrice-cantante, gestito con gusto dello
spettacolo, sapienza musicale, e forte comunicativa
espressiva. Di tutt’altro taglio è il Monk Tentet,
ovvero un gruppo di dieci elementi, molti dei quali
sono stati allievi del grande pianista e compositore
Thelonious Monk. Monk ha scritto e eseguito la sua
musica per piccoli gruppi: tuttavia in un paio di
occasioni – nel 1959 e nel 1963 - essa è stata
adattata a gruppi di medie dimensioni
dall’arrangiatore Hall Overton. In questo contesto
quello strano connubio di spigolosità e lirismo,
asimmetrie melodiche e imprevedibilità ritmica, humor
e pensosità, effusioni cantabili e enigmatici silenzi
che rendono così unica e rigorosa la musica di Monk,
si trovano ulteriormente esaltate in un’immagine, per
così dire, a colori. Questo nuovo Monk Tentet,
composto di tutte stelle, non solo rievoca quella
musica, ma addirittura comprende tre grandi musicisti
– Steve Lacy, Phil Woods e Eddie Bert – che furono
protagonisti degli storici concerti orchestrali e due
- Billy Higgins e Harold Land – che hanno suonato in
più di una occasione con il maestro. La seconda serata
si apre con una delle figure più singolari del jazz
contemporaneo, il francese Richard Galliano, grande
solista di fisarmonica, che negli anni Ottanta è
uscito dall’ambito della canzone, degli studi di
registrazione e della musica da film per suonare con
numerosi jazzisti come Chet Baker, Michel Portal, Ron
Carter, Philip Catherine, oltre a fare numerosi
concerti in solitudine. Dotato di un controllo tecnico
assoluto dello strumento, di un eclettismo che gli
consente di inserirsi agilmente nei contesti più
diversi, e al tempo stesso di una personalità forte e
magnetica, Galliano è stato il simbolo e il capofila
della riscoperta della fisarmonica jazz, in cui ha
portato con naturalezza la tradizione della musette
francese, mescolandola allo swing americano e alle
improvvisazioni bop. La serata è conclusa da una
produzione cara a Pescara Jazz: quella dell’incontro
al vertice tra maestri dello stesso strumento.
Quest’anno viene proposto un nuovo piano summit con
tre maestri del modern mainstream, tre diversi
stilisti che hanno fatto del dialogo con la tradizione
nera il punto centrale della loro poetica: Mulgrew
Miller, tocco raffinato, robusto senso dello swing,
solida immaginazione armonica; James Williams, suono
liquido, originale concezione armonica, barocchismo
melodico; Joanne Brackeen, forti ascendenze modali,
uno spiccato lirismo, un’accesa sensibilità timbrica.
Come di consueto, i tre suoneranno in solo, in varie
combinazioni in duo, e infine in trio. La serata
conclusiva è tutta dedicata ad una nuova stella del
firmamento vocale afroamericano, Natalie Cole. Com’è
noto: Natalie è la figlia del grande Nat “King” Cole
che è stato prima uno dei più importanti pianisti jazz
degli anni Quaranta, e poi, dagli anni Cinquanta, un
cantante leggero di immenso successo. E’ naturale che
la figlia fondi parte del proprio repertorio sul
lascito del padre, di cui ha ereditato non poche
qualità: dal timbro chiaro della voce all’eleganza di
eloquio, dal gusto per il fraseggio misurato al
cesello del testo. Naturalmente Natalie ha una sua
personalità autonoma ma è un grande piacere scoprire
che anche lei, come il padre, ha avuto successo nella
sempre difficile prova di essere popolari e raffinati.
Che è anche, da sempre, la filosofia di Pescara
Jazz.
Stefano Zenni