Pescara Jazz 2001
Ad ogni edizione – e siamo ormai a
quota ventinove – Pescara Jazz allarga il suo sguardo
sugli orizzonti della musica contemporanea,
abbracciando l’ampio mondo della musica propriamente
jazzistica ma anche da essa derivata, a testimoniare
la presenza e l’influenza ormai pervasive della
cultura nera. E, anche se si tratta di un fatto del
tutto eccezionale, la presenza di Bob Dylan
incastonata al centro del festival non suona neanche
troppo bizzarra, se si pensa che la sua musica affonda
le radici nel blues e nel folklore americano. E
proprio con il blues si apre il festival, “cantato”
dalla chitarra di Robben Ford: chitarrista
inizialmente autodidatta, Ford è cresciuto immerso nel
blues elettrico di Chicago. Trasferitosi a Los
Angeles, ha collaborato con il grande cantante Jimmy
Witherspoon per poi spostarsi prima in ambito fusion e
quindi lavorando con Joni Mitchell, senza contare il
breve ma importante contatto con George Harrison. Ma
la fama gli arriva durante i sei mesi di lavoro con
Miles Davis nel 1986, dopo i quali incide un album che
verrà candidato al Grammy. Da quel momento il
chitarrista gira con il suo The Blue Line, che si
scioglierà nel 1997, non senza aver lanciato il suo
leader nel firmamento del rock/blues più acceso e
trascinante. A celebrare la cantante Sarah Vaughan,
una delle grandi voce del secolo, non poteva non
essere quella che è a tutt’oggi considerata la sua
erede più degna, Dianne Reeves. Cresciuta a Denver e
scoperta da Clark Terry, la Reeves fu impegnata
anzitutto in un intenso lavoro di studio, per poi
legarsi per ben dieci anni, dal 1978 al 1987, al
gruppo del pianista Billy Childs. Un contratto per la
Blue Note l’ha finalmente portata nei primi anni
Novanta all’attenzione del grande pubblico con un
repertorio spesso eclettico, ma sempre sostenuto da un
alto livello esecutivo. Il concerto per Sarah Vaughan
è per lei anche l’occasione per omaggiare l’artista
che la ispirò a dedicarsi al canto jazz. Non ha invece
bisogno di sottolineare le sue radici Kyle Eastwood
che porta lo “scomodo” cognome del padre, l’attore,
regista e produttore Clint Eastwood. Che Kyle abbia
intrapreso una carriera come bassista jazz non
sorprende. E’ nota la passione di Clint per la musica
jazz e country: lo testimoniano non solo la
collaborazione con il compositore Lennie Niehaus (ex
sassofonista di Stan Kenton), ma soprattutto splendidi
film “musicali” come Honkytonk Man o Bird o la
produzione di Straight, No Chaser di Charlotte Zwerin,
dedicato a Monk, a tutt’oggi la più bella biografia
filmata di un jazzista. Kyle ha iniziato tardi, a 18
anni, ma la vasta esperienza d’ascolto in casa e
l’impegnativo lavoro in studio con il padre ne hanno
fatto presto un professionista che si è affermato per
le sue qualità, indipendentemente dal cognome che
porta. Altro musicista aperto a varie esperienze è
stato Paco De Lucia, uno dei più grandi chitarristi
flamenco del secolo: virtuoso inarrivabile, profondo
conoscitore della tradizione andalusa, ha svolto la
sua carriera lontano dal jazz fino a quando nel 1977
non si è incontrato con Al Di Meola, Larry Corryell e
John McLaughlin. L’esperienza lo porterà ad
approfondire sempre di più il linguaggio
afroamericano, che peraltro ha forti elementi di
comunanza con la tradizione ispanica, dal senso
ritmico, al gusto per l’improvvisazione ornata, alla
fisicità danzante della musica: è su questo terreno
che De Lucia ha fondato la sua lunga collaborazione
con Chick Corea e questa influenza non è più sparita
dalla sua musica. Tra i musicisti più in vista emersi
negli anni Novanta vi è senz’altro il sax tenore
Joshua Redman. Figlio del grande Dewey, sassofonista
collaboratore di Ornette Coleman e Keith Jarrett,
cresciuto a Boston tra l’ambiente accademico e
l’informalità del jazz club, Joshua ha conquistato i
riflettori di pubblico e critica intorno al 1992,
imponendosi come strumentista fantasioso e esuberante,
a volte incline a qualche eccesso esibizionistico,
molto attento alle strategie di mercato e con un gusto
retrò ma efficace del suono e del fraseggio. Tutti
elementi che hanno contribuito a farne una delle poche
vere e proprie star del firmamento jazzistico. Anche
il trombettista Roy Hargrove appartiene alla ricca
genìa dei giovani leoni emersi negli ultimi dieci
anni: come Redman sfodera una tecnica abbagliante e
un’energia swingante, aggressiva e coinvolgente, ma ha
un senso progettuale forse più spiccato e un gusto più
ampio per le contaminazioni, ad esempio con i ritmi
latinoamericani. Il suo modello sembra essere un Miles
Davis incrociato con il Clifford Brown più infuocato.
Decisamente più appartato ma non meno brillante è il
pianista Cyrus Chestnut. Egli è emerso dalla dura ma
straordinaria scuola della cantante Betty Carter, di
cui fu brillante accompagnatore negli ultimi trii dal
1991 – non senza essersi fatto prima le ossa con
Terence Blanchard e Wynton Marsalis. Alle sue spalle
ci sono le radici nella musica da chiesa, il bebop e,
in tempi più recenti, un profondo amore per il
pianismo degli anni Venti e Trenta, di Fats Waller in
particolare. Solista lucido, implacabile, fantasioso e
avvincente, Chestnut è uno di quei rari artisti che
sanno conciliare senso della tradizione e freschezza
creativa. Chiude il festival l’orchestra di Gil Evans.
E’ tristemente ironico che questa orchestra goda ora
di una stabilità di cui il suo fondatore non ha
pienamente potuto godere in vita. Fortuna che alla
guida della compagine ci sia ormai da qualche anno
Miles Evans, figlio del grande
compositore-arrangiatore, che ha saputo mantenere vivi
con successo tutti gli elementi che rendono grande la
musica del padre: la radicale rilettura di materiale
preesistente, l’invenzione di combinazioni timbriche
inaudite, l’arrangiamento “aperto”, elaborato strada
facendo, la continua con-fusione tra solisti e
collettivo, il senso di “laboratorio” vivente della
musica. E dunque Miles Evans chiude degnamente un
festival che non solo ci offre alcuni tra i migliori
giovani talenti emersi nell’ultimo decennio, ma ne
celebra anche l’apertura di gusto e esperienza, sempre
incrociando passato, presente e futuro. Che è ciò che
fa crescere qualsiasi arte, compresa la musica.
Stefano Zenni