Pescara Jazz 2002
I nuovi talenti sono la linfa del jazz:
espressione del qui e ora, il jazz è vivo quando si
rinnova con idee e energia fresche. Ma quelle idee
rischiano di non andare lontano se non sono nutrite
dalla conoscenza del passato, la cui luce continua a
proiettarsi sul presente. Pescara Jazz 2002 è
perfettamente in bilico tra queste due tensioni:
quella dei nuovi talenti e quella dei maestri del
passato. E non è un caso che il festival sia aperto da
Francesco Cafiso (1989). Siciliano, tredici anni
appena compiuti, sbalorditivo altosassofonista segnato
dal fraseggio di Charlie Parker, ha già un curriculum
impressionante di collaborazioni italiane e straniere.
Franco D’Andrea (1941), dall’alto della sua esperienza
farà da benevolo padrino nel debutto festivaliero di
Cafiso. Che avrà tutto il tempo di maturare e, forse
anche di cambiare il suo stile, come è accaduto ad un
altro bambino prodigio oggi star internazionale,
Wynton Marsalis (1961), che a diciannove anni era già
nei Jazz Messengers di Art Blakey. L’intero mondo del
jazz, in attesa di chissà quale nuovo messia, ci
rimase male quando Marsalis manifestò le sue idee
conservatrici, scatenando violente polemiche anche per
il suo crescente potere nella programmazione musicale
newyorkese. Oggi Marsalis non è solo un uomo di potere
ma è soprattutto uno straordinario solista di tromba,
che ha saputo sintetizzare con intelligenza un arco
stilistico che va da Louis Armstrong a Booker Little,
passando per Cootie Williams. Con la brillante Lincoln
Center Jazz Orchestra propaganda nel mondo l’estetica
neoconservatrice del jazz come riproposizione dei
classici del passato. Il che in un’epoca di
smemoratezza come la nostra non fa mai male,
soprattutto se esercitata a questi livelli. E proprio
dal passato tornano gli Oregon, un gruppo formatosi
nel 1970, ben trentadue anni fa, che si è saputo
rinnovare anche dopo la morte di Collin Walcott nel
1984, sostituito da Trilok Gurtu. La forza che ha
tenuto insieme gli Oregon in un’epoca in cui i gruppi
jazz durano lo spazio di qualche serata è la sua
identità, l’originalità di concezione sonora e
compositiva, che ha saputo mescolare con intelligenza
jazz, musica classica e etnica, anticipando le mode
più recenti della world music, ma con una maggiore
ampiezza di visione e solidità di risultati,
attraverso le combinazioni timbriche di decine di
strumenti in una trama mobile, sfaccettata, colorata.
Negli stessi anni Settanta in cui gli Oregon
lasciavano un segno nella musica contemporanea, Carla
Bley (1938) manifestava i segni di una più completa
maturazione stilistica. Compositrice eccentrica fin
dai primi lavori degli anni Sessanta, dagli anni
Ottanta la Bley si è poi sempre più concentrata sulle
sue formazioni, per le quali ha sviluppato una
scrittura orchestrale di forte impatto sonoro, aperta
alle influenze della musica classica e leggera,
trascinante e ricca di humor, con larghi spazi per i
solisti più accattivanti. Tornando agli anni Settanta:
i due grandi ex leader dei Weather Report, contraltare
terragno graffiante degli Oregon, si troveranno sul
palco di Pescara Jazz alla testa di due formazioni, e
il pubblico potrà verificare le diverse strade che
hanno intrapreso. Josef Zawinul (1932), pianista soul
jazz di Cannonball Adderley, geniale
tastierista-alchimista del rock-jazz prima alla corte
di Miles Davis e poi alla testa dei Weather Report, si
è da tempo orientato con esiti felici verso una world
music dal respiro sinfonico, tanto complessa sul piano
della grande forma quanto colorata e immediata sul
piano comunicativo. Wayne Shorter (1933), cresciuto
con Art Blakey e Miles Davis, solista di grande
personalità su un fondo coltraniano, compositore di
memorabili temi sghembi e esploratore instancabile di
inedite connessioni armoniche, dopo la felice stagione
dei Weather Report ha vissuto una fase di incertezza
stilistica da cui è riemerso con questo nuovo,
dinamico quartetto. L’ultima serata segna una perfetta
sintesi del rapporto tra passato e presente nel jazz
di oggi. Da un lato c’è Marcus Miller (1959), bassista
e compositore, scoperto nel 1980 ancora da Miles
Davis, che ha impresso vent’anni fa una svolta alle
tecniche di produzione dei dischi, influenzando
l’estetica di sintesi della musica nera degli anni
Ottanta e Novanta, tra jazz, hip-hop, soul, rap,
grazie ad un equilibrio intelligente tra tecnologia e
visceralità espressiva. Dall’altro c’è George Russell
(1923), di due generazioni prima, uno dei compositori
più originali e creativi del dopoguerra, nonché il più
grande teorico e intellettuale espresso dal jazz. Pur
avendo lavorato a lungo come compositore e pianista
con i suoi piccoli gruppi, Russell rimane un geniale
autore per big band, in grado di unire tecniche
africane di piramidi sonore, aree di musica
elettronica (di cui è stato un pioniere), scrittura a
sviluppo classico, temi bop e rivoluzionarie
esplorazioni armoniche. Da qualche anno la sua
orchestra esibisce un’energia ancora più marcata,
grazie ai brillanti solisti cui Russell lascia briglia
sciolta lungo le agili architetture delle sue
composizioni, oggi danzanti su elastici ritmi funky. A
quasi ottanta anni George Russell si staglia ancora
come una delle figure più vitali del jazz, a
dimostrazione che il talento, quello vero, non ha a
che fare con l’età.
Stefano Zenni