Pescara Jazz 2003
La diffusione universale del jazz ha
convinto anche il pubblico più conservatore che il
jazz non è solo americano ma è una musica capace di
declinarsi in lingue e forme proprie dei vari angoli
del mondo in cui si diffonde. Non solo, esso ha mutato
e continua a mutare aspetto proprio a seconda delle
culture che lo plasmano, che ne ridefiniscono stili,
valori, identità. Una malleabilità, quella del jazz
che ha radici lontane, nella capacità degli schiavi
africani di adattarsi a un mondo e a una condizione
così atrocemente diversi come quello dello schiavismo
americano. Una flessibilità che è propria di tutte le
musiche afroamericane, che in questa nuova edizione di
Pescara Jazz si dispiegano in tutta la loro
affascinante varietà. Bobby McFerrin (1950) ha
letteralmente rivoluzionato il modo di pensare alla
vocalità jazz: forte di un virtuosismo sconfinato e di
un controllo totale sugli stili più diversi, il
cantante di New York ha allargato gli orizzonti della
voce oltre ogni limite immaginabile, inventando nuovi
modi di emettere suoni, di fraseggiare, estendere,
stirare, comprimere, elaborare il suono, il tutto con
uno spirito giocoso, allegro, mai serioso, che gli ha
conquistato il favore del pubblico. McFerrin predilige
le esecuzioni in solitudine, e per questo il suo duo
con Chick Corea (1941) rappresenta uno dei momenti
clou del festival: due virtuosi a confronto con stili
e approcci decisamente affini che faranno scintille.
Corea è poi protagonista del concerto con la sua
Elektric Band, una brillante, energica formazione che
aggiorna i fasti del jazz rock anni Settanta – di cui
Corea è stato un protagonista essenziale - in chiave
contemporanea, esaltandone il gusto eclettico e
spettacolare. La presenza di Jan Garbarek (1947)
testimonia della ricchezza di forme del jazz fuori
dagli USA. Norvegese, Garbarek è emerso alla fine
degli anni Sessanta come solista di grande
originalità, lirico e aggressivo, con un grande senso
dello “spazio” sonoro. Negli anni l’aggressività si è
stemperata in un lirismo contemplativo, sensuale e
melodico, del tutto personale, che lo ha portato al
successo internazionale, fino all’incontro vagamente
new age con altre musiche (quelle medioevali o quelle
orientali). Con Caetano Veloso (1942) ci allontaniamo
dal jazz ma rimaniamo saldamente nell’area della
musica afroamericana, in particolare della musica
popolare brasiliana che rappresenta uno dei fenomeni
più innovativi e affascinanti della musica
contemporanea. Attingendo a una tradizione che mescola
Africa, Stati Uniti, Portogallo, Veloso ha
ulteriormente allargato i confini della sua musica
inglobandovi elementi ispanici, amerindi, italiani e
in generale mediterranei, il tutto con un’eleganza,
una raffinatezza e un gusto comunicativo che fanno di
Veloso uno dei più grandi artisti contemporanei. Come
Garbarek, anche Charles Lloyd (1938) nasce da una
costola di John Coltrane, di cui fu il più fedele
seguace. Ma al mondo di Coltrane Lloyd seppe
aggiungere una qualità sognante, galleggiante,
delicata, senza perdere in energia. Emerso con
successo alla fine degli anni Sessanta, dopo un lungo
silenzio Lloyd è tornato in piena forma negli anni
Novanta, senza aver perso nulla del fascino del suo
suono. Non di solo suono è fatta invece l’arte di
Laurie Anderson (1947), che non si può definire
un’artista rock o pop, bensì solo una straordinaria
compositrice e “regista” di spettacoli multimediali,
in cui la musica, la messa inscena, il video e
soprattutto la parola si fondono in uno spettacolo tra
i più affascinanti che si possano vedere oggi su un
palcoscenico. Artista di grande rigore, Laurie
Anderson è riuscita a portare al grande pubblico
un’arte innovativa con lo spirito del completo
coinvolgimento: un’altra delle grandi eredità lasciate
dalla musica afroamericana a questo nuovo, giovane
secolo.
Stefano Zenni