Pescara Jazz 2004
Il virtuosismo è uno dei concetti
chiave del jazz: non c’è jazz senza controllo completo
dello strumento, senza il desiderio esibizionistico di
dare il meglio di sé. Di più, nel jazz il virtuosismo
è il mezzo attraverso cui il solista afferma la
propria personalità, la destrezza mentale e fisica con
cui controlla la materia sonora e incanala il flusso
di idee. Ma non è solo una questione di agilità o
velocità: si tratta di dominare lo strumento al punto
da immaginare e realizzare un sound unico che ti
distingue da tutti gli altri. In fondo è proprio
questo il punto di forza di Pat Metheny (1954): non
solo la dolcezza del fraseggio, l’agilità delle idee,
la cantabilità insita in ogni singola nota, ma un
nuovo suono della chitarra elettrica, unico e ormai
ampiamente imitato. Certo Metheny è un musicista dalla
sensibilità straordinaria, anche se qualche volta si è
dedicato a prodotti non all’altezza del suo talento.
La formazione del trio con cui si presenta a Pescara
non lascia comunque dubbi sulla possibilità di
ascoltare a lungo le improvvisazioni più affascinanti
del grande chitarrista, dalla concezione armonica
aperta, erede della lezione di Ornette Coleman. In
altri casi il virtuoso riesce a piegare uno strumento
“impossibile”: ad esempio dobbiamo a Toots Thielemans
(1922) l’accettazione dell’armonica a bocca tra gli
strumenti del jazz. Certo, il blues aveva già
innalzato lo strumento diatonico tra i protagonisti
del genere, ma è stato Thielemans, che è anche
chitarrista, a infondere all’armonica cromatica
un’espressività intensa, profonda, ricca - non scevra
da un certo humor o da una vena malinconica - oltre
naturalmente a sviluppare una formidabile tecnica di
agilità. E forse non è un caso che a realizzare questa
metamorfosi dello strumento sia stato un belga come
Thielemans: non di rado ai musicisti europei è
consentita una visione del jazz da altra prospettiva,
spesso rigenerante e innovatrice. Un virtuoso come Joe
Lovano (1952) ha invece assimilato la lezione di John
Coltrane, ne ha smussato gli angoli guardando a Warne
Marsh, ne ha alleggerito il suono per forgiare un
linguaggio personale, agile, raffinato, ma anche
espressivo (soprattutto sul registro acuto) e
ritmicamente incalzante. Ciò che però attira del
quartetto in programma è la presenza del pianista Hank
Jones (1918), impareggiabile maestro di eleganza
stilistica, padrone del suo strumento anche a 86 anni.
All’estremo anagrafico opposto il festival presenta il
talento debordante del giovanissimo Francesco Cafiso
(1989), formidabile sax alto siciliano, che già nel
2002 il festival ha contribuito a fare scoprire al
grande pubblico. Ormai lanciato verso una carriera
internazionale con padrini del calibro di Wynton
Marsalis (che proprio a Pescara ebbe modo di
incontrare), Cafiso si esprime attraverso un solismo
di radice bop, da cui ha assimilato la logica e la
coerenza, la sicurezza d’approccio, il relax e la
determinazione. Ciò che colpisce in Cafiso non è tanto
il virtuosismo strumentale, quanto la maturità di
pensiero musicale, che sembra indifferente all’età
anagrafica. Nel pieno di una rigogliosa maturità è
invece la musica di Enrico Rava (1939): la sua tromba
ha ora una pienezza di suono rilucente, il fraseggio
segue percorsi liberi, fiammate di energia, squarci di
lirismo, mentre il nuovo quintetto macina swing nel
senso più travolgente del termine. Infine, com’è ormai
consuetudine, Pescara Jazz offre la possibilità di
ascoltare musicisti ai confini della cultura
afroamericana. Quest’anno sono affiancati due autori,
uno considerato un classico e l’altro invece
pienamente emergente: Burt Bacharach (1928) è forse
l’ultimo grande autore di canzoni in senso
tradizionale, ma anche un innovatore della forma,
attraverso nuove armonie, cambiamenti di metro, una
rinnovata freschezza melodica. Sergio Cammariere
(1961) è certamente più vicino al jazz, di cui ha
assimilato un gusto dell’ironia e del relax. A Pescara
presenta in anteprima un nuovo progetto con un ospite
d’eccezione, Toots Thielemans: a questo punto è
evidente che il jazz è una musica senza confini.
Stefano Zenni