Pescara Jazz 2006
Come di consueto, anche quest’anno
Pescara Jazz si apre con un grande concerto non
strettamente legato al jazz, ma comunque espressione
della cultura musicale americana. Tracy Chapman (1964)
è una delle più brillanti cantautrici contemporanee.
Emersa a metà degli anni Ottanta, subito interessatasi
alla tradizione folk/rock della narrazione cantata, ha
raggiunto rapidamente il successo grazie
all’intelligenza dei suoi testi e alla raffinatezza
delle scelte musicali. L’esplicito impegno politico
l’ha avvicinata al pubblico dei college, esercitando
un’influenza importante sulla coscienza sociale degli
studenti, dopo anni di torpore politico (gli “orribili
anni Ottanta” raccontati dal film cult Donnie Darko).
La Chapman ha saputo gestire con intelligenza i
successi alterni e le svolte stilistiche, con
l’allargamento ad altri linguaggi afroamericani, come
il blues, fino a divenire oggi una figura amata e
rispettata. E veniamo al jazz, a uno dei suoi più
grandi protagonisti: Wayne Shorter (1933),
sassofonista, compositore tra i più influenti e
emozionanti, profondo innovatore del linguaggio jazz.
Prima con Art Blakey (1959-1963), poi con Miles Davis
(1964-1970), poi con i Weather Report (1985) e infine
con i suoi gruppi, Shorter ha ridisegnato il rapporto
tra melodia e armonia, ha reso cantabili melodie
appoggiate su giri armonici inediti, ha saputo
diffondere una nuova idea di lirismo, asciutto,
emozionante, intenso e del tutto imprevedibile. Dopo
una lunga crisi negli anni Novanta che sembrava darlo
per spacciato, oggi Shorter è tornato a livelli
altissimi con una musica libera, aperta, complessa,
che trita, mescola, rivolta le sue vecchie
composizioni, in un magma travolgente in cui si
colgono brandelli della sua storia riforgiati con
energia e lucidità che lasciano senza parole. Compagno
di avventure di Wayne Shorter nel quintetto di Miles
Davis, il bassista Ron Carter (1937) non ha mai
conosciuto crisi: il suo suono profondo, burroso e
morbido ha aperto nuovi spazi e respiri alla sezione
ritmica contemporanea: flessibilità, leggerezza,
apertura ritmica sono costanti dello stile di Carter,
che certo non è mai stato un accompagnatore nel senso
tradizionale del termine. A Pescara Jazz lo ascoltiamo
in un trio dal profilo anni Quaranta, chitarra,
pianoforte e contrabbasso, un sound divulgato da Nat
King Cole, tenuto vivo dal primo Oscar Peterson e oggi
ritornato in auge grazie a Diana Krall. E proprio dal
trio della cantante proviene guarda caso il
chitarrista Russell Malone (1963), di formazione
rhythm’n’blues, mentre Mulgrew Miller (1955) si è
imposto fin dagli anni Ottanta come il pianista
mainstream più robusto, elegante e creativo delle
ultime generazioni. E a proposito di ultime
generazioni, ormai il giovane Francesco Cafiso (1989)
non ha più bisogno di presentazioni: anche perché a
Pescara Jazz è di casa, visto che proprio qui, nel
2002, Cafiso fu scoperto da Wynton Marsalis che lo ha
lanciato sulla scena internazionale. Ora Cafiso, che
non ha mai fatto mistero di essere profondamente
ispirato dalla musica di Charlie Parker, ripercorre le
orme di Bird in una delle operazioni più note e
discusse, l’unione di sax, ritmica e archi. All’epoca,
nei primi anni Cinquanta, quell’operazione aveva per
Parker sia un valore di legittimazione (suonare con
strumenti classici) sia rappresentava il tentativo di
avvicinare un pubblico più ampio. I puristi hanno
sempre storto il naso, ma Cafiso - che dispiega la sua
immaginazione sciolta e generosa - evita la doppia
trappola del jazz classicheggiante e dell’omaggio
sterile suonando gli arrangiamenti originali con
spirito nuovo: quindi omaggio al sound parkeriano,
certo, ma nell’ottica del presente. Generazioni a
confronto, ma stavolta su un piano concreto anziché
ideale, nel gruppo di Gary Burton (1943). D’altra
parte da uno dei più grandi didatti di jazz non si
poteva non aspettare un’apertura ai giovani, un
desiderio continuo di confrontarsi con esperienze
diverse, una visione ricca, ampia della musica. Burton
è stato un grande innovatore del vibrafono, e
attraverso l’uso delle quattro bacchette, l’assenza di
vibrato, la ricerca di timbri raffinati, ha introdotto
nel jazz, sin dagli anni Sessanta, una vena ora folk
ora world, comunque lirica, riflessiva, che Burton ha
saputo innervare della tipica energia del jazz.
Un’energia che si fa esplosiva quando sul palco salirà
The Dizzy Gillespie All Star Big Band. Pur essendo
stato uno dei creatori del bop e uno degli innovatori
della musica per piccolo gruppo, per tutta la vita
Dizzy Gillespie (1917-1993) ha ambito a dirigere una
big band. Essendo “nato” professionalmente come
arrangiatore e trombettista (debuttò con l’orchestra
di Cab Calloway), aveva sempre amato l’energia del
suono orchestrale, conferendogli però un’agilità
inedita, una mobilità trascinante. Purtroppo le
difficoltà gestionali ed economiche legate alla big
band costrinsero Gillespie ad avere solo sporadiche
opportunità orchestrali, ma ora, a tredici anni dalla
morte, il sogno di Gillespie torna ad avverarsi, con
una grande orchestra di tutte stelle che celebrerà la
perenne vitalità della sua musica e del jazz
tutto.
Stefano Zenni