Pescara Jazz 2008
Nei primi venti o trent’anni della sua
storia il jazz è stata una musica di massa, un’arte
popolare, con i suoi eroi e le sue stelle: Louis
Armstrong, Benny Goodman, Duke Ellington, nomi in
grado di attrarre folle vastissime. Poi il jazz si è
per così dire laicizzato: dagli anni Quaranta ha
progressivamente perso quel pubblico di adolescenti e
giovani che affollava le sale da ballo negli anni
Venti e Trenta; l’età media degli ascoltatori si è
alzata e gli eroi sono scomparsi. Il fenomeno Keith
Jarrett (1945) è molto affascinante anche sul piano
sociologico, poiché egli oggi incarna una sorta di
mitologia del musicista “sublime” che sembra
appartenere più al mondo della musica classica che al
jazz, e questo a prescindere dal valore effettivo
della sua musica. Emerso alla fine degli anni Sessanta
come un musicista avventuroso e raffinato, Jarrett si
è imposto negli anni Settanta come un originale
continuatore pianistico della lezione di Ornette
Coleman. La svolta conservatrice dello Standard Trio
ha coinciso, forse non a caso, con la progressiva
mitizzazione della sua figura: ad un approccio
timbrico sempre più raffinato, a tratti estenuato,
corrisponde una sorta di splendido “congelamento”
della musica, che lascia ammirati per la perfezione
formale e insieme perplessi per la sostanziale
mancanza di prospettive, in una dimensione rituale che
alimenta il culto di un pubblico sempre più vasto.
Negli anni Settanta Jarrett era il musicista di punta
di una scuola “bianca” di jazzisti in cui Gary Burton
(1943) ha pure avuto un ruolo cruciale come musicista
e didatta. Innovatore della tecnica e del linguaggio
del vibrafono (con il proverbiale uso delle quattro
bacchette), Burton ha portato nel jazz - insieme a
Jarrett - una componente country, e a tratti rock, che
ha poi alimentato il talento di Pat Metheny (1954),
scoperto ventenne proprio da Burton. Ora dopo più di
trent’anni quel gruppo si ritrova insieme nel segno di
una profonda affinità stilistica, fatta di
immaginazione melodica, eleganza, misura, gusto
armonico. Un’epoca formidabile, gli anni Settanta, in
cui personalità emerse nel decennio precedente, come
Bobby Hutcherson (1941) e Herbie Hancock (1940)
viravano in direzioni molto diverse: lo stile
sperimentale, audace ed eccentrico del primo
Hutcherson, virtuoso spericolato e immaginifico del
vibrafono, volgeva verso una declinazione personale
del nuovo hard bop, in cui maturavano la sua vena
compositiva, il gusto per le armonie inusuali (con le
classiche due bacchette), e in generale un approccio
più classico ma molto personale, conservato fino ad
oggi. Diverso il caso di Hancock, che negli anni
Settanta inaugurò la sua fase elettrica e funky, prima
aspramente visionaria con il suo sestetto, poi via via
più vicina al soul di consumo, peraltro con una
formidabile capacità di cogliere con grande successo
le tendenze del momento. In anni più recenti la sua
vena sembrava essersi appannata, ma ora il consenso
raggiunto dal progetto sulle canzoni di Joni Mitchell
- che pure vanta non occasionali incontri con il jazz
- gli ha fatto conquistare il Grammy, grazie ad un
sapiente lavoro di arrangiamento su un repertorio di
gran pregio. Un’altra figura che ha raggiunto
proporzioni “mitiche” nel pantheon del jazz, al di là
degli indubbi meriti musicali, è stato Chet Baker, la
cui unione di maledettismo biografico e dolcezza
melodica ha conquistato l’immaginario degli
ascoltatori, fino a diventare una sorta di icona
romantica, come un moderno Bix Beiderbecke. A
vent’anni dalla tragica morte, Baker viene omaggiato
da un gruppo di livello assoluto guidato da Enrico
Rava (1939) e costituito da musicisti che con Baker
hanno condiviso l’ultima stagione della carriera,
quindi capace di ritrovare quella sintesi di lirismo e
energia, relax e swing che ha caratterizzato,
sull’onda di un repertorio di classici, la musica del
trombettista americano. Il festival si chiude con
l’orchestra di Maria Schneider (1960), il più
formidabile talento orchestrale emerso negli ultimi
vent’anni. Allieva di Gil Evans e Bob Brookmeyer,
vincitrice di innumerevoli premi, la Schneider è oggi
acclamata come la figura guida dell’orchestra jazz
contemporanea. Dai suoi maestri ha ereditato la
ricchezza della trama timbrica, la scrittura
iridescente, ricca, frastagliata, che insegue sonorità
nuove e fortemente liriche. Al tempo stesso la
Schneider è saldamente ancorata al linguaggio della
big band, a quel concentrato di energia trascinante
che è la scrittura swing. Per questo la sua musica si
impone quale felice conciliazione di creatività
sofisticata e immediatezza popolare, come nella
migliore tradizione del grande jazz.
Stefano Zenni