Pescara Jazz 2010
Star internazionali, giovani talenti, una
ventata di tradizione manouche: Pescara Jazz 2010 è una
rassegna di sonorità fresche, trascinanti, raffinate.
L’idea di canzone e repertorio attraversa tutto il
programma. Canzoni sono quelle suonate e soprattutto
cantate da Diana Krall, erede dell’arte pianistica e canora
di Nat King Cole. Con la sua voce vellutata e il
pianismo incisivo ed elegante, la Krall si è da tempo
imposta in uno stile che è a cavallo tra la grande
tradizione della canzone americana e il jazz. Artista
misurata, in realtà la Krall esprime una grande energia
e determinazione, con il suo pianismo vivace che è il
perfetto contraltare al canto sobrio e asciutto. Non
meno essenziale è l’approccio di Virginie Teychené, la nuova rivelazione della vocalità
francese: interessata a qualsiasi forma di canto e
influenzata dal fraseggio di Miles Davis e Sonny
Rollins, la Teychené si esprime con uno stile jazz molto
classico, controllato, ma con una peculiare dose di
gioconda esuberanza che si manifesta anche in scelte di
repertorio e arrangiamenti non scontati. D’altra parte
un repertorio si consolida quando le composizioni e le
canzoni offrono una costante fonte di ispirazione agli
artisti di generazioni diverse. Il gruppo di Enrico Rava che suona Gershwin ne è un esempio
felice. Esso segna l’incontro tra generazioni diverse:
da infallibile talent scout quale è, Rava si circonda di
alcuni dei più brillanti giovani musicisti della scena
italiana e con gli arrangiamenti di Dan Kinzelman
affronta una serie di classici firmati Gershwin, ovvero
quell’artista unico che, a confine tra jazz, musica
classica e canzone, ha abbattuto prima di chiunque altro
i confini tra i generi nel Novecento. Il songbook, la
raccolta di “canzoni”, è nel jazz un concetto molto
allargato: possono essere le canzoni di Gershwin,
appunto, oppure un repertorio di pezzi, non
necessariamente canzoni in senso stretto, identificati
nel loro insieme da una qualche caratteristica comune. È
questo il songbook di Pat Metheny, che durante una ormai lunga carriera
ha consolidato una collezione di composizioni di
successo, di brani che ne hanno plasmato lo stile e la
fama, che associamo al suo suono inconfondibile. D’altra
parte per Metheny non è errato parlare di song, canzoni,
se pensiamo alla cantabilità del suo stile, alla qualità
vocale del timbro chitarristico, all’influenza della
cultura popolare americana, in particolare rurale, sul
suo stile maturo. In tempi recenti, inaspettatamente,
anche la musica di Django Reinhardt è diventata
repertorio. Si tratta di un fenomeno curioso e
affascinante: Reinhardt è stato il primo e probabilmente
il più grande dei jazzisti emersi in Europa. Negli anni
Trenta e Quaranta egli è diventato il simbolo di un jazz
non necessariamente legato agli Stati Uniti, ma capace
di esprimere i valori di una cultura diversa. Fondendo
swing, musica manouche e valse musette, Reinhardt ha
forgiato uno stile chitarristico e improvvisativo
rimasto unico, a cui ha dato un contributo essenziale il
violinista Stephane Grappelli. Dopo decenni di relativo
oblio, a partire dagli anni Novanta lo stile di
Reinhardt e Grappelli è diventato protagonista di un
revival internazionale, che ha prodotto uno stuolo di
formidabili talenti, spesso legati a intere famiglie,
come il Rosemberg Trio, che qui incontra Bireli
Lagrene, uno dei
veterani del jazz manouche. Il gruppo del violinista
Florin Niculescu, con il chitarrista Sanson
Schmitt, si unirà
invece all’Orchestra Sinfonica di Pescara in una
singolare mescolanza di improvvisazioni gitane e suoni
classici: un incontro di suoni e culture che sarebbe
piaciuto allo spirito avventuroso di Django Reinhardt.
Stefano Zenni






