1969
Del jazz si parla, in Europa, da quarant’anni almeno, e
tuttavia pochissimi, al di fuori della ristretta cerchia
degli specialisti, sanno con una certa precisione di che
cosa si tratti. I più identificano il jazz con la musica
leggera americana in senso lato; altri pensano che il jazz
appartenga al passato: agli anni folli di Francis Scott
Fitzgerald - che parlò di “età del jazz” senza saperne
nulla, o quasi -, o a quelli di George Gershwin.
Il guaio è che anche gli specialisti si trovano in
difficoltà se qualcuno chiede loro di definire il jazz
descrivendone i caratteri e le forme.
Uno, nessuno e centomila, come un personaggio
pirandelliano, il jazz si è infatti venuto evolvendo e
trasformando profondamente nel corso degli ultimi
settant’anni, assumendo via via aspetti, ed anche
significati, diversissimi. Così, una definizione formale
del jazz è oggi pressoché impossibile: per dire che cos’è
il jazz occorre raccontarne la lunga e avventurosa storia,
le cui premesse devono essere cercate nella deportazione
dei negri dell’Africa Occidentale nel territorio del Sud
degli Stati Uniti.
Il jazz nacque così: dalla graduale acculturazione del
negro africano nel nuovo continente; dall’incontro, cioè,
della musica tribale - anzi, delle musiche, giacché il
folklore musicale dell’Africa Occidentale era ed è tuttora
ricchissimo - con la musica “bianca” che gli schiavi negri
incontrarono nella loro nuova patria. Fu questa l’origine
dei canti delle piantagioni (i “calls”, gli “hollers”, i
“work songs”) e fu l’origine dei canti religiosi negri, e
cioè gli “spirituals”, in cui si avverte chiaramente l’eco
degli inni metodisti. Nel primitivo “ragtime”, che fu la
musica strumentale che precedette il jazz e che fu
soprattutto diffuso nel Missouri, si sente l’influsso di
certa musica popolare francese, scozzese e irlandese, che
si ritrova ancora nella musica che facevano le
impennacchiate fanfare che all’inizio del secolo
percorrevano suonando le strade di New Orleans, nelle liete
ed anche nelle tristi ricorrenze.
Da quegli anni, in cui il jazz precisò i suoi lineamenti,
ad oggi, il cammino della musica afro-americana è stato
lungo ed anche faticoso.
Sarebbe stato certo più facile, quel cammino, se il jazz
non fosse stato e non fosse praticamente sempre vissuto
negli ambienti più lontani da quelli in cui vive ed opera
la classe dominante americana; poiché, invece, è ed è
sempre stata la musica dei negri americani, ed un poco
anche degli italo-americani e degli ebrei giunti nel nuovo
continente dai paesi dell’Europa Orientale, ha attraversato
lunghi periodi di crisi, interrotti solo da qualche breve
stagione felice. Ci si deve chiedere, tuttavia, se quei
brevi periodi di fortuna abbiano coinciso con dei momenti
altrettanto felicemente creativi, o se invece il successo
non sia arriso soprattutto a chi abbia cercato di
commercializzare il jazz, sacrificandone alcuni dei
caratteri più interessanti e originali. La risposta giusta
è proprio questa: il jazz ha avuto successo quando ha
cercato di assomigliare il più possibile all’altra musica;
quando ha cercato di essere orecchiabile, ballabile,
divertente.
Oggi i musicisti di jazz tentano solo di rado di andare
incontro al gusto del pubblico; i più preferiscono suonare
la loro musica senza neppure sperare di dividere il
successo cogli esponenti della “pop music “. Molti di loro,
per non essere costretti a sottostare alle pressioni
esercitate su di loro, negli Stati Uniti, dagli esponenti
del “music business” (ed anche per sfuggire alle
discriminazioni razziali), hanno preferito emigrare in
Europa.
Qui, nel vecchio continente, il jazz vive una vita più
serena; persino quello che vien fatto dai musicisti
appartenenti alla più spericolata avanguardia è accettato e
studiato, oltre che, naturalmente, imitato.
Così, in Europa, ci si imbatte sempre più spesso nel jazz
fatto dai grandi maestri d’oltre oceano, a fianco dei quali
operano ormai un gran numero di solisti europei meritevoli
della massima attenzione.
Un’occasione per un incontro con alcuni fra i primi della
classe americani ed europei ci vien fornita dal Festival
del jazz organizzato quest’anno, per la prima volta, a
Pescara. Sarà un lietissimo incontro per chi già conosce a
fondo la musica afro-americana; sarà forse un incontro
sorprendente per chi di questa musica non conosce altro che
il nome.
Arrigo Polillo
1970
La storia dei Festival di Jazz, in Italia, è più complessa
di quanto potrebbe sembrare a prima vista, numerosi essendo
stati i tentativi dei pochi organizzatori di agganciare ad
una località turistica una manifestazione che, in realtà,
ha un pubblico sicuro soltanto in poche tra le maggiori
città italiane. Abbiamo così visto nascere e morire
rassegne, anche ottime, a Sanremo, St. Vincent, Lecco, e,
in pratica, sopravvivere soltanto Festival organizzati in
città come Milano e Bologna che, ormai, hanno la certezza
di un numero di fans che le mettono al coperto da qualsiasi
rischio. Pescara ha tutti i numeri per riuscire dove altri
sono falliti: dalla posizione geografica centralissima, al
periodo balneare che le permette di sfruttare la favolosa
riviera adriatica ed il turismo più massiccio d’Italia,
dalla capacità organizzativa di pochi ma qualificati
appassionati all’entusiasmo di un pubblico già abbastanza
numeroso, dal saggio sfruttamento di manifestazioni
concomitanti alla oculata scelta dei complessi
partecipanti. Questa, soprattutto, è la nota positiva da
sottolineare al giro di boa di questa seconda edizione: più
che coraggiosa poteva dimostrarsi azzardata la selezione
degli otto complessi invitati per la scorsa edizione ed un
insuccesso avrebbe affossato le speranze e gli sforzi degli
organizzatori. Aver creduto nella possibilità di sostenere
lo sforzo organizzativo di una manifestazione
effettivamente internazionale torna a vanto dei
responsabili che, comunque, hanno contratto un grosso
debito nei confronti del pubblico e della critica: quello
di programmare manifestazioni in nessun caso meno valide
della prima. Questa seconda edizione - la positività è da
ricercarsi nell’aver onorato la prima scadenza - presenta
una scelta di musicisti e formazioni di altissimo livello,
tali da costituire un richiamo per chiunque ami il jazz,
tanto più che spiccano in cartellone nomi di jazzmen mai
esibitisi in Italia, come Buddy Tate, e di un’orchestra
celebre come quella di Duke Ellington, certo la più
fascinosa nell’intera storia jazzistica.
Qualcuno, probabilmente, accuserà l’organizzazione per aver
limitato la rassegna ad un’epoca ed a stili ben precisi
escludendo totalmente le nuove leve jazzistiche, quelle che
stanno lottando tra le più incredibili avversità per
tentare il rinnovamento di una forma musicale che minaccia
altrimenti di incancrenirsi in un immobilismo deplorevole:
noi però non ci sentiamo di condividere questa posizione,
innanzitutto perché anche gli avanguardisti del “free” dopo
l’esplosione iniziale ci sembrano invischiati nelle sabbie
mobili di una libertà assai difficile da dominare ed infine
perché un Festival non deve necessariamente essere una
rassegna dei movimenti d’avanguardia e, conseguentemente,
un rifiuto di quanto il jazz ha sino ad oggi creato, tanto
più che è innegabile che il jazz tradizionale - inteso nel
senso più lato del termine - vanta una schiera di musicisti
di inarrivabile valore artistico. A Pescara, dunque,
saranno di scena alcuni tra i più noti alfieri del jazz
classico: siano essi i benvenuti.
“Buddy” Tate, un tenorsassofonista che si è imposto negli
anni ‘30 soprattutto nelle orchestre di Andy Kirk, Lucky
Millinder, Count Basie, presenterà una formazione di
impostazione abbastanza moderna, collaudata da diversi anni
di attività nel “Celebrity Club”. II leader è un musicista
di ottima quotazione, anche se non raggiunge il livello di
fuoriclasse, ma la sua partecipazione al Festival è
importante soprattutto perché si tratta di un musicista
pressoché sconosciuto per i fans italiani e, pertanto, la
sua venuta colma una delle numerose lacune del nostro mondo
concertistico.
L’Europa sarà rappresentata dal chitarrista belga René
Thomas e, anche in questo caso, si tratta di un personaggio
non solo poco noto, ma anche sottovalutato in Italia ove,
se la memoria ci assiste, lo ricordiamo ad un Festival a
St. Vincent e in un paio di registrazioni discografiche:
due occasioni, ovviamente, riservate a pochi fortunati e
che non sono certo servite a Thomas per allargare il campo
dei suoi sostenitori. Chi lo conosce è entusiasta di questo
chitarrista che ha uno swing molto aggressivo ed una voce
formidabile, grazie anche ad una Gibson modello Christian
rarissima; inutile aggiungere che il chitarrista belga
suona nello stile caro all’indimenticabile texano e senza
concedere nulla alla platea.
Per l’Italia torna di scena Nunzio Rotondo che da diversi
anni ha limitato la sua attività a Radio, TV e sporadiche
manifestazioni, di fatto uscendo da una scena che lo aveva
visto trionfatore già negli anni intorno al 1950. Erano
anni difficili quelli ed i musicisti italiani stentavano a
comprendere la necessità di disancorarsi dal jazz
tradizionale e dallo swing: proprio Rotondo dette il via al
jazz moderno con un Quintetto dell’Hot Club Roma le cui
incisioni sono ancora oggi un autentico godimento. Lo stile
del trombettista romano ha subito nel tempo diverse
evoluzioni ed oggi Nunzio, pur rifiutando il “free” e
restando assai vicino al modello Miles Davis, riecheggia
talvolta le esperienze più recenti della musica jazz nel
più assoluto rispetto dei suoi canoni.
Gli americani sostengono la maggior parte del peso del
Festival ed è giusto che sia così, dal momento che una
rassegna non basata sulla esibizione di orchestre USA non
avrebbe motivo di essere o, quantomeno, perderebbe ogni
interesse; così a Tate si aggiungeranno Wilson, Terry,
Manne ed Ellington. Teddy Wilson, come Hines, è un altro
dei pianisti degli anni d’oro del jazz ripescato quando
sembrava al termine di una carriera meravigliosa che lo
aveva visto al fianco di alcuni tra i più prestigiosi
jazzmen di tutti i tempi ed accompagnatore di cantanti come
Billie Holiday. Il suo stile non ha subito variazioni e,
fortunatamente, neppure la sua ispirazione e freschezza.
Clark Terry è uno tra i più validi trombettisti delle
ultime leve, quelle dalle quali dovrebbe uscire il
successore di Gillespie e Davis: incantevole come sonorità
soprattutto al flicorno, è stato chiamato a sostituire
Lateef che in un primo momento avrebbe dovuto partecipare
alla manifestazione. Non crediamo di errare sostenendo che
chi ha guadagnato nel cambio è stato il pubblico che avrà
modo di ascoltare un musicista interessantissimo.
Shelly Manne giunge a Pescara diversi anni più tardi della
sua epoca d’oro, quella della esplosione del jazz
californiano, quella del delirio per le formazioni di
Shorty Rogers e dello stesso Manne, quella dei film come
“L’uomo dal braccio d’oro” che propagandavano in tutto il
mondo la valentia del batterista della West Coast. Non che
Shelly oggi suoni meno bene d’allora: è semplicemente
scomparso il jazz californiano e praticamente con esso
tutti i suoi esponenti, lasciando il passo ai musicisti di
New York ed ai loro successori. Tuttavia Manne è ancora un
inarrivabile specialista del suo strumento specialmente
quando dalla batteria si pretenda di suonare al pari degli
altri strumenti, cercando di porre in secondo piano la
funzione ritmica per accentuarne le possibilità melodiche.
Quanto sia difficile questo compito è facile intuire, anche
per chi non abbia dimestichezza con il jazz, e basterà
sottolineare come soltanto pochissimi drummers riescano
talvolta ad esaltare la funzione melodica della batteria
per comprendere quale sia il valore di Manne che in questo
indirizzo non conosce rivali.
La chiusura della rassegna a Ellington e non crediamo di
dover aggiungere altro, anche perché Duke si è già esibito
recentemente a Pescara: limitiamoci a ricordare che da
quasi cinquant’anni l’orchestra - purtroppo priva
dell’indimenticabile Johnny Hodges - rappresenta il miglior
esempio di jazz orchestrale e prepariamoci a godere un
concerto perfetto, come solo Ellington riesce a presentare.
Roberto Capasso
1971
Ancora un festival del jazz? Certo. E per molte, buone
ragioni, e soprattutto per questa: perché il jazz è una
musica vivissima, che offre sempre, ai suoi cultori, delle
sorprese, e a tutti un panorama ogni anno diverso.
Così ogni anno, è possibile offrire al pubblico, anche a
Pescara, della musica sostanzialmente diversa da quella
presentata in precedenti occasioni e offrire un quadro che,
per le caratteristiche stesse del jazz (che è una musica
fondamentalmente improvvisata) resta in larga misura
imprevedibile.
Ancora una volta, nel determinare il cartellone della
manifestazione, che quest’anno giunge alla sua terza
edizione, non ci si è prefìssi di dimostrare alcuna tesi, o
di seguire particolari orientamenti critici. Si sono
semplicemente scelti i musicisti migliori che fosse
possibile scritturare in questo momento, in Europa,
cercando di ottenere la collaborazione di alcuni artisti di
grande prestigio, i cui nomi sono scritti a grossi
caratteri in tutte le storie del jazz.
Gli artisti invitati quest’anno a Pescara appartengono a
diverse scuole, e persino a diverse “ere” jazzistiche. Uno,
Joe Venuti, può addirittura essere considerato uno dei
creatori della nostra musica, di cui contribuì a definire
il linguaggio, nei primi anni venti.
Seguendo il criterio cronologico, si può citare subito dopo
Ella Fitzgerald, che è sulla breccia dall’epoca d’oro dello
Swing, e cioè dagli ultimi anni Trenta (ed è proprio
necessario ripetere qui che nessuna cantante di jazz o di
musica leggera, da allora, è riuscita a superarla?). Oscar
Peterson e Gerry Mulligan, altri due prestigiosi
protagonisti di questa rassegna, hanno fatto i loro
clamorosi esordi quasi simultaneamente, sul finire degli
anni quaranta. Peterson si affermò subito come uno dei più
dotati pianisti che il jazz abbia avuto; Mulligan fu uno
dei principali responsabili del rilancio del jazz, nei
primi anni cinquanta, dopo la crisi del bebop e il periodo
di “austerity” in cui dominò il cosiddetto cool jazz.
Gli altri gruppi invitati rappresentano diversi aspetti del
jazz moderno: il trio di Irio De Paula, presenterà il
cosiddetto “jazz samba” e cioè la bossa nova jazzificata;
Jaki Byard, che si esibirà da solo, farà sfoggio della sua
tecnica, della sua versatilità, delle sue grandi doti di
showman; Hampton Hawes, indimenticato protagonista del jazz
californiano, offrirà al nostro ascolto il suo nuovo trio e
le sue rinnovate concezioni musicali; il quintetto di
Hutcherson-Land, infine, alla sua prima esibizione in
Italia, si preannuncia particolarmente agguerrito e
“advanced”.
Tutto sommato, ci sarà da divertirsi.
Arrigo Polillo
1972
Quando si realizza una bella cosa siamo tutti contenti. Ma
dopo un po’ subentra una punta di apprensione: è stato
bello, d’accordo, ma potrà continuare? Poi la cosa accade
una seconda volta e poi una terza. Arrivati alla quarta non
c’è più discussione, non c’è più motivo di incertezza. La
cosa esiste, ed è il Festival di Pescara. Una rassegna a
livello internazionale che ormai si iscrive nell’albo d’oro
delle manifestazioni jazzistiche italiane. Un avvenimento
che premia il paziente e tenace lavoro di alcuni
appassionati pescaresi, primo fra i quali Lucio Fumo, e il
coraggio e la disponibilità dell’Azienda di Soggiorno.
Il Festival di Pescara, che ormai fa parte delle
manifestazioni che caratterizzano la fisionomia culturale
della città adriatica, si è ormai imposto su tre piani: la
qualità artistica, il pubblico, il richiamo turistico.
Sotto il profilo artistico bisogna andare oltre i confini
del festival vero e proprio, e scorrere tutto l’elenco
delle manifestazioni che vanno sotto il nome di “Pescara
Jazz”, per trovare il primo concerto tenuto nel 1963 da
Gato Barbieri. Il prossimo anno perciò Pescara festeggia il
suo decennale, e siamo convinti che lo celebri con un
festival degno di tale ricorrenza. Da allora ad oggi si
sono avvicendati di fronte al pubblico di Pescara nomi tali
da rappresentare un po’ tutte le epoche e gli stili del
jazz. Il periodo di New Orleans è rappresentato da Albert
Nicholas e da Earl Hines. Lo stile Chicago da Joe Venuti.
La Swing Era da Teddy Wilson e Mary Lou Williams. Tutto il
jazz di mezzo è stato rappresentato a Pescara da Buddy
Tate, Coleman Hawkins, Duke Ellington, Erroll Garner, Ella
Fitzgerald, Ben Webster.
Il glorioso momento del bebop trova i nomi di Dizzy
Gillespie, Lucky Thompson, Max Roach, Kenny Clarke. Lo
stile West Coast è rappresentato da Maynard Ferguson,
Barney Kessel, Shelly Manne, Hampton Hawes e Gerry
Mulligan. L’Hard Bop ha avuto Philly Joe Jones, Kenny Drew,
Phil Woods, Johnny Griffin; la Mainstream Oscar Peterson,
Clark Terry, Lou Bennett, Bobby Hutcherson, Harold Land.
Un caposcuola delle tendenze più moderne è stato Bill
Evans, e infine la punta più avanzata è stata offerta da
Jean Luc Ponty. Forse questo è l’unico appunto che si può
fare ai criteri che hanno guidato la scelta artistica dei
programmi di “Pescara Jazz”: le tendenze più attuali, più
sperimentali del jazz di oggi sono finora state ignorate.
Ma forse non è stato un gran male, e qui veniamo a toccare
gli altri due punti di interesse dell’iniziativa pescarese:
il pubblico e il richiamo turistico. “Pescara Jazz” oggi
può contare su un pubblico elegante, numeroso e
affezionato, che spesso raggiunge la città muovendosi
espressamente da altri centri anche piuttosto distanti, e
probabilmente questo pubblico si è formato proprio con
l’attrazione su di esso esercitata dai nomi di chiarissima
fama e da generi musicali già ampiamente collaudati. Forse
adesso il pubblico è pronto per accettare anche qualche
proposta più attuale, che potrebbe degnamente completare il
panorama jazzistico presentato finora.
Il richiamo turistico è garantito dalla qualità artistica
di cui si è finora parlato, e che include anche i nomi più
prestigiosi del jazz europeo (Stephane Grappelli, George
Arvanitas, Dizzy Reece, René Thomas, Martial Solal, Nunzio
Rotondo, Basso-Valdambrini, e molti altri), ma in gran
parte dalla splendida cornice offerta dal Teatro-Piscina
delle Naiadi, dove i concerti assumono con facilità
l’aspetto di qualcosa di festoso, con la combinazione jazz
- mare - piscina - estate - sole - pineta. Il Festival non
si limita ai concerti, ma coinvolge i partecipanti in una
serie di manifestazioni fra cui figurano proiezioni di
fìlms, mostre fotografìche, mostre-mercato di dischi,
cocktails ed altre piacevolezze del genere.
Questo in sintesi è stato ed è “Pescara Jazz”. Non ho
parlato espressamente dell’attuale festival, perché la
qualità della musica e delle manifestazioni collaterali
risulta dal programma stesso.
Arrivederci tutti dunque al prossimo anno, per festeggiare
il primo decennale di “Pescara Jazz”.
Umberto Santucci
1973
Dieci anni di concerti, cinque festivals, oltre duecento
musicisti di classe internazionale chiamati a suonare per
il pubblico pescarese, molti dei quali hanno fatto la
storia del jazz, un pubblico che da pochi appassionati si è
sempre accresciuto, rinnovato, fino ad arrivare al “tutto
esaurito”, il jazz che da cenerentola è diventato una delle
voci più importanti delle attività artistiche pescaresi: il
bilancio è più che soddisfacente.
Ma dieci anni, per un genere di musica che settant’anni fa
non esisteva nemmeno, sono parecchi, e vale la pena di
soffermarsi un momento a vedere che cosa è accaduto. Agli
inizi degli anni ‘60 trionfava Coltrane col suo famoso
quartetto, Bill Evans era il modello di quasi tutti i
pianisti, e cominciava ad esplodere la bomba del “free”
(Ornette Coleman aveva inciso “Something Else “ già nel
‘58, ma non se ne era accorto quasi nessuno). Col “free”
sono andati in crisi un po’ tutti, perfino Davis e
Coltrane, perché da una parte continuare a suonare come si
faceva prima del “free” non dava più soddisfazione,
dall’altra il “free” si allontanava troppo da certe
caratteristiche del jazz (il blues, il beat, ecc.) tanto
che ai musicisti e al pubblico non sembrava più jazz, e si
è creata l’etichetta “New Thing “ proprio per togliere di
mezzo la parola “jazz”. Con la “New Thing “ il jazz ha
percorso tutto il suo cammino culturale, ed è venuto
praticamente a trovarsi sulle stesse posizioni della musica
accademica contemporanea.
Intanto stava per esplodere un altro fenomeno musicale di
incalcolabile portata: il pop dei Beatles, il rock dei
Rolling Stones. Non si trattava più di musica, ma di tutto
un modo di vedere la vita: la gigantesca bottiglia molotov
saltava con fragore nel ‘68, e la sua fiammata andava dalla
Francia all’America; la lunga eco di quella esplosione era
la musica di Bob Dylan, dei Grateful Dead, di Jimi Hendrix.
Questa musica aveva raccolto, fra l’altro, cose che il jazz
aveva buttato nella spazzatura, ed era ripartita da zero,
accettando dalla tecnologia moderna solo l’elettricità e
l’acido lisergico. I jazzisti non ci hanno capito più
niente, perché una quantità di giovani si radunava al
Fillmore non per ballare, ma per ascoltare musica, una
musica in cui si suonava il blues, si facevano assoli, la
batteria scandiva un grosso ritmo, succedevano cioè le
stesse cose che finora erano successe solo nei concerti di
jazz. Il jazz si è sentito improvvisamente vecchio, colto e
rispettabile. Ha rifiutato i giovani capelloni e
contestatori, ed ha cominciato a celebrare se stesso. E’
stato finalmente accolto dalla cultura ufficiale, alla pari
con il teatro e col balletto. Sono cominciati così i
festivals col pubblico elegante e i pranzi ufficiali con i
discorsi delle autorità.
Noi stessi, fedeli appassionati, che prima eravamo
considerati dei pazzi e dei cospiratori, siamo diventati
persone serie. Era la fine? Per fortuna no, perché alcuni
jazzisti hanno reagito in modo imprevedibile, si sono messi
a suonare proprio con quei giovani capelloni che tanto
preoccupavano l’establishment e lo stesso ambiente del
jazz. Ne è venuta fuori una nuova musica, che forse non è
più jazz, ma che è la musica di oggi. Dall’altra parte
alcuni jazzisti negri (da Gillespie a Freddie Hubbard)
hanno tagliato i ponti con la cultura musicale occidentale,
hanno energicamente preso coscienza del fatto che il jazz
era la loro musica; e che non era né vecchia né nuova, era
il jazz e basta.
Questa è a mio avviso la situazione attuale del jazz. Da
una parte il jazz è un genere di musica a sé stante, ormai
codificato nei suoi stili e nelle sue forme, dall’altra può
essere usato con spregiudicatezza, come materiale, come
ingrediente per fare altra musica. Queste sono le due
possibilità che si offrono oggi a chi si accosta al jazz,
per suonarlo o per ascoltarlo. Da una parte bisogna
accostarsi il più possibile alla tradizione, al blues, allo
swing, ad una certa concezione ritmica, dove ovviamente la
tradizione va da Armstrong a Freddie Hubbard, in quanto
certi elementi vi rimangono pressoché inalterati.
Dall’altra si deve trattare il jazz senza nessun rispetto,
come un rottame da gettare nel crogiuolo insieme con altri
rottami per ottenere una colata di metallo nuovo e diverso.
Questa situazione è messa in luce con estrema chiarezza
dalla struttura del V Festival Internazionale di Pescara.
La prima serata è un omaggio ad Armstrong, e presenta
artisti che hanno suonato con lui o comunque sono stati
largamente influenzati dalla sua musica. Omaggio alla
tradizione dunque, alle radici più massicce del jazz. Ma
non musica archeologica, musica viva, perché il blues è
sempre vivo, come il flamenco o il raga indiano, perché il
jazz è musica di tradizione orale, perché Earl Hines deve
continuare a dire quello che diceva quarant’anni fa, deve
continuare a raccontare di sé come la nonna deve continuare
a narrare le stesse favole (il romanzo da premio letterario
passa di moda, le favole sono sempre le stesse).
La seconda serata è dedicata al jazz classico, perché ormai
è classico sia l’aspetto “mainstream” (la scuola di
Basie-Ellington) sia il “bop” (la scuola di
Gillespie-Parker). Un grande bopper, Dexter Gordon, ci darà
un saggio della scuola bop; un grandissimo post-bopper,
Horace Silver, ci dirà del bop che, per salvarsi dai
pericoli del cool e del californiano, è tornato nelle
chiese e nelle piantagioni a ritrovarvi la “soul music”
(musica negra più musica negra dunque). Un simpatico gruppo
di francesi suonerà la sua devozione per Ellington.
Se ci si accosta alla terza serata con lo stesso orecchio e
la stessa disposizione d’animo delle prime due serate, si
corre il pericolo di andare su tutte le furie. Le prime due
serate sono per gli appassionati di jazz, che vogliono
sentire il jazz nei suoi stili più ortodossi e goderselo
come buongustai che amano ritrovare gli stessi sapori e
profumi, oppure sono per tutti coloro che, accostandosi per
le prime volte al jazz, devono conoscerlo nei suoi aspetti
più veri. La terza serata è per gli appassionati di musica,
per i curiosi, per le persone alla moda, per gli
intellettuali che vogliono aggiornarsi su quanto si sta
facendo ora.
Nella musica-pilota di Keith Jarrett e Miles Davis, il jazz
apparirà fuso insieme con altri materiali musicali,
oriente, musica folk, pop, avanguardie europee,
elettronica, gestualità. Il risultato potrà entusiasmare, o
potrà non piacere: in ambedue i casi resta l’unica
possibilità di fare la musica di oggi, di dare un suono a
ciò che sta accadendoci intorno nel mondo.
Umberto Santucci
1974
Fino a qualche anno fa il jazz era musica da iniziati e ne
aveva tutte le caratteristiche: sia i musicisti che gli
appassionati erano, più che una élite, degli emarginati
culturali e sociali. Emarginati culturali perché erano
rifiutati sia dalla cultura ufficiale, sia dalla cultura di
massa. Emarginati sociali perché erano rifiutati sia dal
sistema dominante, sia dalle grandi correnti
rivoluzionarie. A questa situazione reagivano con
atteggiamenti tipici dell’emarginato: comunicazione
attraverso gerghi particolari, drastica divisione fra
iniziati e non (“in” e “out”), genio e sregolatezza (alcool
e droga), ineffabilità dei giudizi (solo chi è dentro può
capire, gli altri sono tutti “square “).
Tutti quelli che seguono il jazz da vicino, da almeno dieci
anni, hanno potuto sperimentare questo comportamento, di
cui hanno al tempo stesso sofferto e goduto: sofferto per
la difficoltà di sentirsi incompresi e rifiutati dai più,
goduto per la soddisfazione di appartenere ad una ristretta
cerchia di illuminati.
Oggi la situazione appare mutata in modo evidente. Il jazz
è stato accettato, o almeno sta per diventare man mano più
accetto alla cultura ufficiale: lo provano i vari
festivals, i corsi al conservatorio, i libri che si
pubblicano; è accettato o sta per divenire più accetto alla
cultura di massa: lo provano il largo uso che ne fa la
filodiffusione, le edizioni discografiche, il gran concorso
di pubblico che si verifica in determinate occasioni.
Naturalmente il jazz non ha più bisogno di grosse
iniziazioni. Un direttore di banca o un vigile urbano e
relative consorti che si trovino ad assistere ad un
festival come quello di Pescara non hanno bisogno di essere
introdotti in modo particolare ad una siffatta esperienza,
perché si trovano di fronte ad uno spettacolo di
prim’ordine, con artisti di fama internazionale, in una
struttura avallata dalle istituzioni ufficiali come
l’Azienda di Soggiorno. Il jazz a questo livello
automaticamente viene a trovarsi alla pari con il teatro,
col balletto, col concerto sinfonico, con la vedette di
musica leggera o di cabaret. La stessa musica è stata
sentita già tante volte, o nelle sue manifestazioni
genuine, o nell’assimilazione che ne hanno fatto la musica
leggera, lo spettacolo televisivo, il cinema. In altre
parole, la struttura dell’orchestra leggera della
televisione deriva da quella di Woody Herman e delle altre
famose orchestre americane: perciò ascoltare Herman non è
una esperienza scioccante, ma è confortante nella misura in
cui dopo aver digerito bene i derivati ci si trova di
fronte ad una matrice facilmente riconoscibile.
Il jazz dunque diventa sempre più integrato, fa parte in
maniera via via più vistosa del panorama di “performances”
del costume, della società, della cultura attuali.
Integrandosi però ha perso quelle sue caratteristiche
esoteriche, iniziatiche, esclusive, ed ha accolto nel suo
linguaggio patrimoni musicali diversissimi, dalla musica
orientale alle avanguardie storiche europee, dalla musica
folkloristica al pop, dalla musica di commento e sottofondo
alla protesta politica.
Oggi perciò non è tanto difficile capire che cosa sia il
jazz, quanto fino a che punto una certa musica possa
considerarsi jazz; di fronte a Barney Bigard, a Cannonball
o a Gillespie sappiamo tutti che si tratta di jazz
inequivocabile; di fronte ai mutevoli arabeschi di Keith
Jarrett o alla pantomima dell’Art Ensemble di Chicago la
faccenda è più problematica, perché quel jazz che
riconoscevamo così bene in Horace Silver appare solo a
tratti, per poi scorrere in mille rivoli verso pianismi
tardoromantici o balletti mitteleuropei, ninne-nanne o inni
di lotta, pacifica estaticità psichedelica o fieri cipigli
di protesta.
Anche il jazz tradizionale attingeva a musiche estranee, ma
se ne serviva come materiali grezzi che trasformava e
assimilava. Oggi avviene piuttosto il contrario, in quanto
è il jazz stesso che vuole essere diverso da sé, e che
cerca di assomigliare ora alla musica sperimentale, ora al
pop elettronico, ora al canto politico.
Gli iniziati di allora spesso si ritrovano smarriti di
fronte ad un festival di oggi - il festival, più di ogni
altra occasione, mostra in una vetrina unica un campionario
vivente di jazzisti vecchi e nuovi, in latente o lampante
contraddizione fra di loro - perché se da una parte la
musica delle vecchie glorie dà la tenerezza dei ricordi ma
non l’emozione della sorpresa, la musica delle nuove stelle
spesso ignora o smentisce elementi che erano ritenuti
esclusivi del jazz e capaci di caratterizzarlo nei
confronti dell’altra musica (parlo dello swing, del sound,
del beat, e così via). Ma di fronte ai vecchi iniziati
sorge un pubblico nuovo, più vasto, più giovane, che si
accosta al jazz, come a qualsiasi altra musica e lo gusta,
se ne emoziona, lo consuma. E il jazz si adegua, perde la
sua spigolosità e la sua intransigenza, e finisce col
distinguersi da altri generi di musica più che altro per la
completezza e la generosità dei suoi improvvisatori. Forse
ancora questo è il grosso messaggio umano che il jazz può
darci: nella persona dell’improvvisatore agiscono
contemporaneamente i ruoli del compositore, dello
strumentatore, del virtuoso, dell’interprete, dell’uomo di
spettacolo, e si annullano come ruoli per far trionfare
l’uomo nella sua capacità di completezza; l’improvvisatore
contrappone la sua complessa umanità alla spietata logica
della società attuale, che vuole sempre più separate le
nostre funzioni, i nostri ruoli, le nostre competenze.
L’improvvisatore oggi più che colpirci con la sua musica,
ci attrae col suo stesso esistere ed agire di fronte a noi,
testimoniandoci di aver perduto una completezza che
potremmo ancora riconquistare.
Umberto Santucci
1975
Batterista ineguagliabile - il cui gioco possente e
complesso ha trasformato le abitudini di ascolto e di
lavoro di tutta una generazione di fans e di musicisti -
dopo aver fatto parte per cinque anni del Quartetto di John
Coltrane (un “combo” entrato ormai nella storia e nella
leggenda del jazz), Elvin Jones ha formato un proprio
complesso che si è imposto in breve all’attenzione del
pubblico e della critica di tutto il mondo. La sua musica
rivela una buona dose di originalità, un jazz moderno che
non sconfina nelle sabbie mobili del free e non perde mai
d’occhio lo swing, ma segue un chiaro disegno, senza per
questo sfiorare mai la banalità. Decisamente nuova e
originale è la composizione del gruppo col quale si
esibisce a Pescara.
Nato a Chicago nel 1945, membro della AACM, Anthony
Braxton, eclettico multistrumentista afroamericano, è una
delle figure più interessanti e rappresentative apparse
sulla scena della nostra musica da cinque anni a questa
parte. Braxton diversifica al massimo le fonti sonore
ricorrendo ogni volta a diverse di esse (egli stesso suona
il sax alto, il sax soprano, il clarino basso e
contrabbasso, il flauto - oltre ad altri strumenti ad ancia
- nonché svariati strumenti percussivi) tant’è che in un
primo momento è stato visto come un discepolo di Ornette
Coleman. Fautore dell’improvvisazione totale e collettiva,
propone sovente una musica di tipo espressionista, dove il
potenziale di sorpresa è rafforzato da un evidente gusto
per la gag sonora o visiva. Braxton è un ricercatore
inesauribile che si studia di cavare tutto quanto è
possibile dai suoi strumenti e dalle diverse situazioni in
cui viene professionalmente coinvolto, dalla
compartecipazione alle più varie esperienze musicali. Si
parla di lui come di una figura essenziale per l’avvenire
della musica afroamericana, di uno dei pochi degni di
succedere ai creatori del decennio precedente.
Qualche anno fa, l’apparizione di Roland Kirk sulla scena
del jazz provocò una moltitudine di reazioni fra i critici
e i jazz-fans di tutto il mondo. L’immagine di Roland Kirk
- cieco, con berretto, occhiali neri e barbetta, che
suonava simultaneamente tre sassofoni e che portava appesi
al collo una mezza dozzina di flauti e fischietti vari -
apparve su una grande quantità di giornali che non si erano
mai occupati in precedenza di musica. Fortunatamente, al
tempo stesso, ci si potè rendere conto che al di là del
tentativo di una certa parte della stampa di presentarlo
come una specie di fenomeno da fiera, Kirk si rivelava in
verità un fenomeno di un genere del tutto differente. Ci si
accorse in effetti che, sia suonasse il tenore o uno dei
suoi tipici strumenti quali lo strich o il manzello, Kirk
era uno strumentista straordinariamente eclettico, capace
di citare e di evocare Bechet, Charlie Parker o John
Coltrane. Ci si accorse in maniera ancora più evidente che
Kirk era uno dei più grandi bluesman che il jazz abbia mai
conosciuto, nonché l’inventore di uno stile al flauto in
seguito ultracopiato. Uomo orchestra, Kirk è esteticamente
inclassificabile, e ciò è probabilmente una delle ragioni
delle discussioni che suscita nell’ambito del jazz.
Attraverso il suo gioco solistico è tutta la storia del
jazz che è evocata e l’eccezionale intensità emotiva ne fa
una delle figure più importanti della musica di oggi.
Don Cherry tenta una sfrenata commistione di tutte le
musiche (afroamericane, africane, asiatiche, ecc.) di ogni
suono (suona la cornetta, la tromba tascabile, ogni tipo di
flauto - spesso due alla volta -, il pianoforte, diversi
strumenti percussivi; ricorre a tutte le possibilità sonore
del corpo - schiocchi delle dita, rumori della bocca,
fischi e anche ai suoni elettronici). Vagheggia una musica
universale dove associare l’eredità africana, le polifonie
del jazz delle origini, nonché le risorse della tecnica
moderna, ricorrendo alle costanti essenziali quali la
preminenza degli elementi ritmici e percussivi e delle
melodie semplici quasi “primitive”, e ciò con la
rivalorizzazione degli elementi costitutivi delle musiche
africane. Don Cherry ha svolto un ruolo determinante nel
passaggio dal jazz al free jazz quanto Ornette Coleman con
il quale ha lavorato a lungo, elaborando assieme le nuove
forme della musica afroamericana. E’ uno dei personaggi più
rappresentativi e affascinanti della scena del jazz
attuale.
Sulla rivista parigina “Jazz Magazine” del luglio 1968
Frank Tenot così chiudeva un lungo reportage dalla
California: “Chet Baker vive sulla West Coast, in un luogo
che egli tiene segreto e che nessuno, qui, cerca di
scoprire. Compare, di tanto in tanto, in un night-club, con
la tromba sotto il braccio, per una jam-session. Non appena
lo vedono arrivare, però, i musicisti chiudono il più in
fretta possibile il brano e fanno lunghe soste. Ma Chet
vuole suonare ad ogni costo, con risultati spesso penosi.
Chet è perduto per il jazz”. Dopo qualche tempo gli faceva
eco dall’Italia Bruno Schiozzi che scriveva: “Chet non è
morto, ma per la storia del jazz è come se lo fosse”.
Invece, con una forza di volontà che ha del prodigioso,
l’artista dal volto di bambino è riuscito a ricostruirsi e
torna ora in Italia, al Festival di Pescara, dopo
un’assenza di circa quindici anni. Torna Chet Baker, il
trombettista dalla sonorità sottile e sprovvista di
vibrato, dal fraseggio elegante, dalle idee fervide, con la
sua arte che pare dettata dalla grazia più che dalla forza
creativa. Torna Chet Baker, il cantante che provocò una
frattura di giudizi fra i critici, alcuni dei quali gli
rimproveravano la “femminilità” del suo vocale, ma dovevano
pur ammettere che poche volte il jazz moderno aveva potuto
fruire di un cantante così personale ed espressivo, fuori
dagli schemi tradizionali. Il suo ritorno cancella di colpo
quindici anni di attese e di speranze di tutti noi che non
abbiamo mai voluto credere che non lo avremmo più
ascoltato.
Se non ci fosse stato Charles Mingus, il jazz di oggi
sarebbe probabilmente molto diverso: in realtà si dovette
soprattutto a lui se, alla fine degli anni cinquanta, il
jazz acquistò quella carica aggressiva, quell’impeto a
tratti selvaggio che avrebbe contraddistinto la musica di
John Coltrane e quindi degli esponenti della New Thing. Si
dovette ancora soprattutto a Mingus se il jazz divenne a
poco a poco, e sempre più, politicamente significante, e se
i musicisti di jazz divennero dei combattenti sul fronte
delle rivendicazioni per una migliore giustizia sociale nei
rapporti fra le razze negli Stati Uniti. Nato a Nogales,
Arizona, nel 1922, è con Ellington, Armstrong e Parker uno
dei quattro grandi del jazz, alla cui evoluzione ha
apportato un contributo di primo piano. Contrabbassista,
compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, si è
affermato come uno dei più personali e coraggiosi esponenti
del jazz d’avanguardia nonostante la sua musica affondi le
radici nel blues e nella tradizione (Ellington, a suo
stesso dire, è stato la fonte prima di ispirazione).
Compositore di immenso talento (solo Ellington gli è alla
pari), è senza dubbio il più grande “leader” che il jazz
abbia mai prodotto: la grinta e il vulcanico temperamento
gli permettono di ottenere dai suoi musicisti il massimo
delle proprie capacità ed una perfetta aderenza alla sua
musica ed ai profondi significati che essa racchiude.
Mario Luzzi
1976
“Cariche della polizia e lancio di lacrimogeni” – “Scontri
tra PS ed extraparlamentari (30 fermi)” – “Arresti,
denunce, feriti” – “Notte di scontri” – “Il jazz del vice
questore” – “Molotov dietro lo stadio” – “I jazzisti
allibiti suonano nel caos” – “Jazz e candelotti a Pescara”
– “Jazz e ambulanze”…
Questi i titoli dei giornali riferiti all’edizione
precedente di Pescara Jazz. Veri bollettini di guerra del
Festival, piombato nel bel mezzo della contestazione
giovanile.
Si imponeva un cambiamento radicale, nel tentativo estremo
e disperato di salvare la manifestazione che, in cinque
anni, si era imposta all’attenzione internazionale. Nacque
così il “nuovo” cartellone, la “nuova” formula, con
concerti in Piazza Salotto, a Penne e allo Stadio
Adriatico, con prezzi popolarissimi. Si cambiò anche il
nome e divenne “meeting”!
In poche parole Pescara Jazz si snaturò e divenne altra
cosa. Il tentativo di salvarlo non fece altro che
affrettarne e decretarne la fine, malgrado l’eccellente
performance di Art Blakey, la presenza “galattica” di Sun
Ra e quella di Sam Rivers, allora santone del free e
beniamino dei contestatori.
Ma il jazz si era radicato saldamente nella nostra città e,
nonostante le pessimistiche previsioni, il Festival non
poteva morire.
Passata la bufera, Pescara Jazz tornò prepotentemente alla
ribalta. Così come per primo nel 1969 aveva inaugurato la
moda dei Festival estivi in Italia, per primo rinacque nel
1981, battistrada coraggioso anche per altri. La strada per
la ripresa e la definitiva affermazione della
manifestazione era tracciata.
Lucio Fumo
1981
Il trombettista Woody Shaw, nato in una cittadina del Nord
Carolina nel 1944, è un personaggio assai noto nel nostro
paese dove ha avuto modo di dar prova delle sue qualità di
organizzatore e improvvisatore in molteplici occasioni
durante le sue frequenti tournée nel Vecchio Continente. Il
suo stile e le sue motivazioni musicali sono legate ai
cosiddetti hard-bop e free-bop, due stilemi che
ripropongono attualizzato e invigorito, il be-bop di
Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell e Fats Navarro.
E proprio da quest’ultimo grande e sfortunato trombettista
discende Woody Shaw, anche se la sua musica ha subito il
fascino infuocato di un altro grande, Clifford Brown. Ed è
proprio da queste due notevoli fonti ispirative che si è
formato, irrobustito e personalizzato Shaw. Da Navarro ha
ereditato quel modo chiaro e infallibilmente sicuro della
pronuncia, quell’ariosità della frase, quel senso di
lirismo sottile e poetico; da Brown ha appreso la fluidità,
il senso del ritmo, la grande emissione di calore e di
grinta. Ma se un appunto dobbiamo fare a Shaw, è quel suo
senso di gelido calore che sembra spargere continuamente:
Shaw scalda la sua audience ma ad essa rimane estraneo,
quasi gelidamente distaccato. E questo è forse l’unico
difetto di questo incisivo quanto raffinato trombettista
che ha la capacità di staccarsi spesso dagli accordi di
base per dirigersi verso un tipo di improvvisazione più
libera, meno confinata nelle strutture fisse di una
composizione ma ugualmente logica e relazionata con il tema
sul quale improvvisa.
Anni fa, parlando del gran numero di suoi imitatori, Stan
Getz disse: “Ho influenzato molti musicisti, ma il mio
stile è difficile da imitare perché è fin troppo semplice”.
Ecco, la semplicità è proprio l’aspetto più evidente nella
musica dell’originale sassofonista cinquantaquattrenne di
Philadelphia. Una musica semplice ma dalla logica
simmetria, dove tutto sembra essere la rispondenza di un
agglomerato melodico, armonico e ritmico: la fantasiosità
delle frasi, la qualità degli accordi, la estensione delle
note, la dimensione del suono: è una voce che improvvisa il
canto con raziocinio e creatività. Una voce, quella di
Getz, tra le più belle e personali che l’America abbia mai
avuto. E si, perché la voce di Getz è tipicamente americana
anche se, ad alcuni falsi progressisti essa appare come il
risvolto reazionario di una bieca borghesia bianca. Una
voce che si distende attraverso suoni limpidi e sinuosi,
intensamente invigoriti da un caldo vibrato. Una voce che
si è intelligentemente nutrita degli insegnamenti di quel
grande poeta che fu Lester Young, che ha assunto
coordinamento nei Four Brothers, che si è affinata a
contatto con l’intellettuale cool-jazz, che si è
irrobustita nell’ardente be-bop, che si è immalinconita
nell’incontro con la musica brasiliana. Una voce che si è
umanizzata attraverso tristi vicende, dall’eroina
all’alcool, le stesse che poi, paradossalmente, lo fecero
apparire arrogante e, quando si liberò di siringhe e
bottiglie, smidollato e qualunquista routinier. Ma la voce
di Stan Getz, nel bene o nel male, resta tra le più
sensibili e raffinate voci che il jazz abbia mai prodotto.
Una voce che pur se identificata in tranquille e placide
ballads, sa alternare veementi e dinamiche sonorità nella
più pura tradizione del linguaggio jazzistico.
L’archetipo di Art Pepper è quello di un emulo di Charlie
Parker passato attraverso le sofisticazioni di un Lee
Konitz e maturato al sole della west coast nelle Big Band
di Benny Carter e Stan Kenton. Ma la vera natura artistica
di questo sensibile e straordinario sassofonista contralto
cinquantaseienne della California va ben oltre queste brevi
note di colore. Tra i tanti pregi di Pepper, quello che
sorprende di più è la lucidissima convivenza che riesce a
stabilire tra tema e improvvisazione sul tema, dove
l’improvvisazione diviene una vera estensione della parte
scritta, ampliata negli aspetti drammatici, arricchita di
una intensa poetica e felicemente ricondotta in porto
tirando all’infinito i fili armonici. Il torto di Pepper è
quello di essersi assentato dalla scena attiva del jazz
troppo frequentemente, a causa della sua riprovevole
abitudine all’uso di sostanze stupefacenti che comportò
lunghi periodi di detenzione e altrettanto lunghe degenze
in centri di riabilitazione. Ma da quell’inferno, come ogni
grande artista, Pepper è tornato integro e fortificato al
punto che è divenuto la maggiore attrazione jazzistica
degli ultimi due o tre anni e le richieste di concerti e
incisioni si accumulano quotidianamente sul suo taccuino.
Potrà sembrare un paradosso ma oggi la voce cristallina di
Art Pepper si è arricchita di un senso di tensione
drammatica che lo rende ancora più interessante e personale
di quanto già fosse: il suo originale solismo, scattante e
acerbamente nervoso, rimbombante di puro lirismo, di
sopraffine articolazioni melodiche e armoniche ha assunto
maturità, si è ulteriormente umanizzato. E così l’attuale
Art Pepper appare un moderno cantastorie che espande il suo
canto fresco, il suo canto giovanile dalle intense e
antiche memorie.
Il libro autobiografico di Dizzy Gillespie “To Be or not to
Bop”, inizia con questa frase: “Una fotografia mostra che
bel bambino fossi, ma ero anche l’ultimo di nove figli e il
mio arrivo, probabilmente, non eccitò nessuno”. Proprio il
contrario di ciò che sarebbe avvenuto più tardi quando,
poco dopo essere arrivato a New York in cerca di fortuna,
entrò nell’orchestra di Teddy Hill, e diede i primi segni
di una indubbia fantasiosità innovativa che non tardò a
manifestarsi nella sua completezza e a fare di Dizzy il
trombettista da seguire: soprattutto dal punto di vista
armonico fu il trombettista più importante di tutto il jazz
moderno. Eppoi, fu una sorta di essenziale anello di una
catena evolutiva dello strumento che prima di lui aveva
avuto quali punti cardine Louis Armstrong e Roy Eldridge.
Dizzy investigò le loro caratteristiche e emancipò i loro
stili; li rese moderni pur mantenendo di essi il carattere
e il temperamento: la compattezza sonora, la disinvolta
esplorazione degli acuti, la fertile progressione,
l’incisività e la pronuncia e, soprattutto, le idee
originali. Un incontro decisivo con Charlie Parker e i
boppers, la sua grande orchestra, i piccoli gruppi, le
molteplici jam session, sono sempre stati contrassegnati da
una voglia di mostrare il meglio di sé stesso e
soprattutto, da una disponibilità disarmante, fedele
immagine di un carattere allegro e sempre disposto alla
gag, allo scherzo più ingenuo o alla battuta più mordace.
Ma non si creda nè si pensi che la musica di Gillespie sia
una sorta di vagabondo paradiso dei suoni, una palestra per
burle condite di musica: quando suona, questo straordinario
trombettista sessantaquattrenne di Cheraw, nel South
Carolina, sa ancora oggi procurare una moltitudine di
emozioni raccontando la sua storia all’interno della storia
del jazz.
La notorietà di un artista è spesso indicata dal caso, da
intuizioni estemporanee, da scelte a volte giuste a volte
errate. Larry Coryell, valente chitarrista dotato di
capacità tecniche e improvvisative che non gli vietano nè
virtuosismi nè ricerche estremizzanti, sembra incarnare la
figura dell’artista dalle mille intuizioni, dai molteplici
tentativi attraverso i quali approdare felicemente a
notorietà e successo. Coryell, 38 anni, texano, è nato
musicalmente tra Country & Western, Pop-music e Rhythm
& Blues e poi ha investigato e approfondito ulteriori
aspetti della musica: il jazz di stampo leggermente
cameristico (con Chico Hamilton), le confluenze d’incontro
tra country e jazz (nello splendido quartetto di Gary
Burton), le avanguardie compositive e improvvisative (con
la Jazz Composer’s Orchestra, un nucleo che comprendeva Don
Cherry, Pharoah Sanders, Carla Bley, Gato Barbieri, Roswell
Rudd e altri), ed infine, è stato tra i primi ad avvertire
l’esigenza di combinazioni elettriche e la fusione tra il
jazz e il rock (con i suoi gruppi “Free Spirits” e
“Eleventh House”). Tutte queste esperienze così dissimili
hanno concorso alla maturazione di un autentico talento a
cui la critica, spesso e volentieri, ha sparato a zero per
una fin troppo esplicita voglia di arrivare lasciandosi
coinvolgere in situazioni musicali dagli ampi risvolti
commerciali. Recentemente il chitarrista ha intrapreso un
ulteriore cammino, quello solistico, solitario e
abbondantemente intimistico, e in questa nuova veste,
inedita per l’Italia, si presenta al pubblico pescarese.
Clark Terry, trombettista e flicornista, caporchestra e
gustoso vocalist, è nato 61 anni fa a St. Louis, la città
del Missouri bagnata dal Mississippi. È indubbiamente un
artista di grande classe e originalità le cui peculiarità
stilistiche sono così esplicite da non porre problemi di
individuazione: un intenso e bruciante calore, un gusto tra
i più raffinati, un virtuosismo al limite della
spettacolarità, un ampio senso della struttura e del
rapporto composizione-improvvisazione. Eppure, malgrado
queste facoltà, non si può certo dire che Terry sia un
caposcuola del suo strumento o sia stato l’uomo-guida di un
movimento musicale. È certo però, che egli è uno dei rari
trombettisti viventi ad aver preservato ed emancipato
quella sorta di vago primitivismo, quell’arguto senso del
colore che fu prima di Bubber Miley e poi di Rex Stewart:
Terry ha mantenuto vive tali caratteristiche pur agendo in
un momento storico assai diverso da quello che vissero i
suoi ispiratori. Ricca di un sottile senso dell’umorismo
(che è poi lo specchio fedele del carattere dell’uomo), la
musica di Terry è una musica senza età, una musica in cui
convivono in sintetica fusione aspetti moderni e echi di
una tradizione. È, in breve, quella musica definita
mainstream, ossia strada maestra. E la grande corrente del
jazz è, principalmente, espressa da Clark Terry attraverso
l’ampio organico, la Big Band, da sempre il veicolo più
aderente al suo modo di interpretare il jazz. Un veicolo
nel quale Terry è cresciuto, ha imparato il mestiere di
bandleader accanto a Count Basie, Duke Ellington, Charlie
Barnet, Lionel Hampton, Oscar Pettiford, Quincy Jones,
Gerry Mulligan e infine, nella sua Big Bad Band. E dunque,
che sia proprio Terry a dirigere questa splendida
All-Star-Band di ex-basiani è la scelta più logica che si
potesse fare.
Mario Luzzi
1982
Sul finire degli anni Quaranta, quando il trio di Red Norvo
debuttò in California, il jazz viveva il periodo “cool” e
questo interessante complessino senza batteria finì in quel
calderone senza rispecchiarne interamente i segni. La cifra
sonora del trio aveva un vago senso cameristico ma era
sorretto da uno swing sottile e sofisticato; una musica
raccolta ma comunicativa, quasi colloquiale ma viva.
D’altronde Norvo, che negli anni Venti aveva avviato in
prima persona la storia del vibrafono nel jazz, era un
musicista flessibile avendo partecipato a varie fasi dello
sviluppo jazzistico e, dunque, capace di esprimersi su ampi
raggi dialettici. L’incontro con Tal Farlow, musicista
raffinato e sensibile, dal suono ardente e corposo,
scattante e concreto, permise a Norvo di realizzare le sue
idee. E oggi, trent’anni dopo, quel calore e quelle
sofisticate sonorità si ripresentano ampliate e quanto mai
fresche.
I Jazz Messengers, una delle realtà più sincere e pungenti
dell’arte musicale afroamericana, si avviano felicemente a
celebrare i propri trenta anni di ininterrotta attività. In
questo lungo lasso di tempo nel complessino sono passati
una sequela di giovani talenti che all’interno della
famiglia di Art Blakey hanno trovato l’ambiente ideale per
focalizzare le proprie ambizioni. E in questa dinastia di
messaggeri del jazz, che poggia su basi semplici e
vigorose, su una musicalità esplicita che produce una
festosa e sintetica analisi delle dialettiche jazzistiche
di questo secolo, la figura di Blakey ricorda quella di un
patriarca indulgente che dai succhi giovanili dei suoi
figliocci trae l’energia necessaria per mantenersi giovane,
per rigenerarsi continuamente. E la presenza di un ospite
illustre come Dizzy Gillespie non può che stimolare
ulteriormente le capacità del fantasioso complessino.
Dotato di ampie capacità tecniche e di un talento naturale,
Franco D’Andrea ha il dono di sapersi esprimere con un
senso di serena umanità, sgombrando il campo di inutili
virtuosismi fini a se stessi ma muovendosi attraverso una
serie di “moods”, di stati d’animo, di tensioni sonore che
nascono all’interno del suo personale mondo poetico. In
questo quartetto di recente costituzione, accanto al suo
pianismo crepuscolare e incisivo, appare un sassofonista
originale, un giovane talento che possiede quel
temperamento necessario per tessere trame sonore di
singolare bellezza e profondità che, con l’apporto di un
solido contrabbassista e di un preciso e fantasioso
batterista, concorrono ad illustrare e a completare il
discorso avviato dal pianista, i cui impulsi sono sempre
caratterizzati da una grande coerenza e da un senso di
proiezione verso un universo sonoro che al raziocinio
contrappone creatività.
Poco più che ventenne, il pianista francese Michel
Petrucciani è già divenuto il beniamino di critica e
pubblico, una volta tanto, senza fratture di giudizio. E
questo è il risultato di una personalità precoce dotata di
estro e senso della misura, di generosità e coordinazione,
di veemenza ritmica e raffinatezza armonica, di sensibilità
e “sense of humour”, ma soprattutto di capacità di
analizzare e sintetizzare la tradizione pianistica. E poi,
cosa assai rara per un ragazzo che vive in condizioni
fisiche disagiate, Petrucciani ha una incredibile voglia di
vivere, una festosità che trasmette in maniera quasi
telepatica a chi ha la fortuna di ascoltarlo. La sua è una
festa non stop, avviata dal suo canto dai riflessi solari,
giovanili ma maturati al sole di una tradizione che ha
appreso con anni di studio e che riaffiora attraverso un
canto improvvisato con raziocinio e fantasia con “joie de
vivre et de jouer de la musique”.
II suo è un autentico “caso “ legato ad una popolarità che
ha fatto passare inosservato il vero valore della sua
musica. Un successo che ha finito per agire in senso
negativo, come è accaduto a Stan Getz o a Benny Goodman,
perché chi faceva opinione ritenne scandaloso che un bianco
guadagnasse prestigio con una musica creata dal
nero-americano. E quel successo Dave Brubeck se lo porta
dietro come un fardello incancellabile, malgrado che nella
sua lunga carriera abbia più volte mostrato qualità
musicali indiscutibili e sia riuscito a mascherare
abilmente certe sue naturali tendenze verso il romanticismo
europeo con l’inventiva e l’incisività espressiva proprie
del jazz. Malgrado queste oneste considerazioni e il suo
swing mordente e fantasioso, il suo martellante e colorito
uso della tastiera, la rigogliosa funzionalità dei suoi
complessini, Brubeck è ancora sbadatamente letto in chiave
esclusivamente commerciale.
La confluenza tra rigore accademico e libertà
improvvisativa è il punto d’incontro che muove Claudio
Cojaniz, nuovo talento pianistico. Una serie di pronunce e
di accenti che, allineate con logica e intelligenza,
esplorano quell’ampio spazio dialettico della cultura
musicale contemporanea senza porsi angusti confini ma, al
contrario, lavorando proprio su idee provenienti da più
poli espressivi che si pongono in un rapporto di serena e
reciproca dipendenza. Infatti, ascoltando il compìto lavoro
del trentenne pianista friulano, accanto alla mano sicura
del concertista, appaiono, come lampi di luce, gli spezzoni
di scale continuamente manipolati, rivoltati e trasposti di
un Cecil Taylor, la poetica ombrosa di un Thelonious Monk,
quel senso di inquieta pace di un Bill Evans. Naturalmente
queste sensazioni, questa cattedrale di suoni sono la
confluenza di echi esterni e interni dell’artista.
La figura di Jimmy Giuffre sembra riflettere quella
dell’eterno ricercatore, dell’uomo costantemente assorbito
da una indagine conoscitiva che tende ad ampliare i propri
orizzonti e a svincolare la musica dai luoghi comuni. La
sua sensibile e descrittiva analisi sul folklore illustrata
dal suo trio negli anni Cinquanta, le sonorità arcigne e
avanguardistiche investigate accanto a Paul Bley, il suo
apporto compositivo - basta pensare al celebre Four
Brothers -, le sue ampie qualità di arrangiatore, il suo
innovativo uso del clarinetto sorretto da un lirismo
estatico, quasi distillato, che arriva come un soffio
velato di malinconico calore, ricco di toni chiaroscurali
tendenti al cupo, sono i segni di una preparazione musicale
completa che tenta, ad ogni occasione, di rinnovarsi e
completarsi ulteriormente nutrendosi di tutte quelle linfe
vitali che la sua ricerca coglie lungo i percorsi della
vita.
Eredi di una libertà espressiva conquistata dalla fertile
esperienza mingusiana, George Adams e Don Pullen, da alcuni
anni, portano avanti un discorso che affonda corposamente
nella propria tradizione e che rappresenta un ulteriore
approfondimento dell’espressione popolare afroamericana.
Quel chiaro e schietto profumo “funky” che traspare dalla
loro musica, quell’aspetto festoso e disinibito, legato
alla “strada”, è forse il segno più coinvolgente e
caratterizzante della loro espressione; più dello sguaiato
e lirico sassofono di Adams, più del turbolento e
devastante pianismo di Pullen. Il loro è una sorta di
viaggio all’interno del nero d’America, del suo
“quotidiano” espresso con fierezza, quasi a voler ricordare
che “Black is beautiful”, tentando costantemente di
renderlo semplice e danzante, allegro e scanzonato, così
come appare ad un casuale osservatore delle strade
d’America o del black ghetto.
Mario Luzzi
1983
Operare con originalità nel tessuto musicale jazzistico non
significa necessariamente muoversi su campi sonori inediti
o poco frequentati. A volte, lo stimolo e l’originalità
possono nascere anche da riproposizioni di stilemi che,
carichi di storia e successi, possono apparentemente
risultare stanche e obsolete riletture o, tutt’al più,
sentiti omaggi démodé. Il Sestetto Swing di Roma, una
formazione che stilisticamente risale alla Swing Era, e più
specificamente alle sonorità vibranti del sestetto di Benny
Goodman, ha il pregio di non apparire datata perché
sorretta da una vitalità e da una musicalità che supera i
confini temporali e riattiva quel gusto, troppo spesso
accantonato o semplicisticamente bistrattato, del fare
musica con professionalità e semplicità espressiva, senza
porsi problemi di revival ma, al contrario, operando con
mente limpida e coscienza artistica, e utilizzando tutte
quelle risonanze interne che sono proprie di ogni essere
umano che ha trovato nel jazz quella libertà di raccontare
la propria piccola storia all’interno di una grande storia.
Sull’anno di nascita di Lionel Hampton i biografi sono in
contrasto; indicano 1909 o 1913 o ancora 1914. Forse la
chiave per localizzare la figura di questo autentico “pezzo
di storia” è tutta in questo contrasto. Hampton è un uomo
senza età, un uomo che ha l’età del jazz. E
dell’espressione jazzistica egli sintetizza o dilata tutti
i suoi aspetti: personalità, intuito, vitalità, freschezza,
istrionismo, brillantezza, veemenza, calore; e vi aggiunge
un pizzico di spettacolarità. Perché Hampton, oltre ad
essere un grande vibrafonista ed un fervido caporchestra, è
soprattutto un uomo di spettacolo che tende a dare al
pubblico tutto se stesso con rinnovata energia e dilagante
divertimento, ed ogni suo concerto si trasforma in una
festa. Questa tendenza - che gli ha regalato popolarità ed
al contempo ha contribuito a far uscire il jazz dai vicoli
dell’incomunicabilità - è stata spesso letta in negativo.
Ma lui, il vecchio gigione che si esalta nel divertire i
suoi fans, non se n’è mai curato e continua ancora oggi,
come faceva negli anni Quaranta, a proporre il suo
eccitante Flying Home, a dispensare swing da diciotto
carati, ad infiammare le platee di tutto il mondo, a
divertire giovani e meno giovani con una musica che non ha
età.
Sin da quando l’altosassofonista americano Charlie Mariano
si trasferì in Europa, trovò nel chitarrista belga Philip
Catherine colui che più di altri mostrò quella sensibilità
e quell’intuito necessario a penetrare il suo profondo
mondo poetico e i suoi limpidi cristalli sonori. L’unione
tra i due è andata sempre più consolidandosi e il loro
intenso rapporto ha generato una musica basata
sull’esplorazione delle tradizioni folcloriche
dell’universo. La loro musica è una sorta di acuta e
intelligente fusione tra espressioni orientali e
romanticismo europeo, una musica che, partendo dalla
contrapposizione di elementi culturali diversi, diviene
congeniale e, al contempo, ricca di originalità, grazie a
quell’apporto potenziale del linguaggio jazzistico che
rappresenta la base lessicale dei due improvvisatori che,
pur operando su tematiche e stimoli più ampi, su accenti
culturali più antichi, risolvono il loro excursus nel mondo
del folclore proprio attraverso quelle capacità di sintesi
del jazz e dei suoi protagonisti.
Erede dello stile trombettistico di Clifford Brown, il
quarantacinquenne Freddie Hubbard ha influenzato, forse più
di tanti altri, tutta una generazione di giovani
trombettisti. Le sue particolarità stilistiche, legate al
vigoroso linguaggio dell’hard-bop, a quella corrente nera
che negli anni Cinquanta si riappropriò del jazz dopo la
breve stagione dominata dalla linea bianca, possono essere
sintetizzate in una capacità espressiva ribollente di
grinta e calore - che appare scoperta sin dalle sue prime
ed incisive note - e in una vena melodica particolarmente
intensa che, soprattutto nelle ballads e nell’uso del
flicorno, sa essere chiaroscurale e ricca di tiepide
tensioni malinconiche. Ma questi sono solo gli aspetti più
evidenti della musica e della personalità di Hubbard, un
uomo che non ha mai saputo rinunciare a nessun tipo di
esperienza, da quelle avanguardistiche con Ornette Coleman
o con John Coltrane, a quelle più squisitamente commerciali
della contaminazione jazz-rock degli anni Settanta. E da
tutte queste esperienze, il trombettista ha acquisito
qualcosa che oggi, forte di una maturità artistica fuori
discussione, propone al pubblico con quella semplicità e
quella grinta che gli sono proprie.
La linea del modern mainstream può sembrare una via
espressiva di comodo, soprattutto in un momento di riflusso
come quello attuale. Essa, però, nelle mani del Milan Jazz
Quartet, pur mantenendo quel ruolo di raccordo tra le
generazioni passate e quelle di oggi, si riveste di un
acuto senso di originalità timbrica e dinamica che, se da
un lato testimonia la duttilità della forma musicale
specifica, dall’altro sembra essere l’arma vincente. La
loro riproposizione di famosi standard è sorretta da un
gustoso ed intelligente senso di sintesi, mentre le
composizioni originali ripropongono quell’ariosità e
quell’equilibrio tra feeling e consapevolezza che è alla
base di ogni operazione musicale che nasce dal desiderio
intimo di poter dire una parola nuova.
“Jimmy Smith - scrisse Joachim E. Berendt - ha reso
all’organo quello che Charlie Christian ha reso alla
chitarra e cioè l’emancipazione”. Parole sagge ma, al
contempo, leggermente riduttive nei confronti di questo
straordinario organista che non si limitò a conferire allo
strumento una fisionomia linguistica ma gli procurò una
popolarità che nessuno aveva previsto così copiosa. Quando
apparve sulla scena del jazz, nella metà degli anni
Cinquanta, questo incisivo musicista oggi cinquantottenne,
s’impose immediatamente in virtù di una grande fantasiosità
ritmica ma anche quell’intenso senso del blues che
esprimeva con evidenti caratteristiche originali che
emanavano profumi Soul. Il suo vigore e la sua incredibile
potenzialità, non erano solo elementi di una calibrata
alchimia elettronica, ma vere e proprie esplosioni di
calore rivestite di gusto, senso della misura e una buona
dose di humour. Qualità, queste ultime, che ancora oggi il
celebre organista mantiene intatte sfidando il trascorrere
degli anni e delle mode.
L’altosassofonista newyorkese Jackie McLean è uno degli
epigoni più originali del lessico improvvisativo di Charlie
Parker. Di questo straordinario fulcro del be-bop e di
tutto il jazz moderno, McLean ha conservato l’impostazione
del fraseggio e lo spirito libertario, lo scatto repentino
e l’ampiezza del suono. Queste caratteristiche, aggiunte ad
altre doti personali come, ad esempio, la crudezza quasi
abrasiva dei suoi acuti e la sonorità aspra di pronuncia
nasale, danno corpo ad una personalità di indubbie capacità
espressive, che racconta storie dai risvolti malinconici
sorretta da un grande lirismo che, soprattutto nelle
ballads, risplende attraverso una voce tutt’altro che
limpida ma ricca di un velo di sensualità che, aggiunta ad
una grinta straripante, riveste di fascino e di spessore la
sua musica. Dopo una lunga parentesi dedicata
all’insegnamento, McLean è tornato in pista a far cantare
il suo sax, esternando un piglio meno vulcanico ma
decisamente più maturo, saldando il debito parkeriano alla
lezione coltraniana, dando vita ad un nuovo capitolo
dell’Arte di improvvisare con quella sua inconfondibile
voce piena di risvolti umani e di intenso calore.
Mario Luzzi
1984
Se la vicenda del jazz fosse costretta a scegliere il suo
alfiere più eclettico, l’artista più flessibile, l’uomo
costantemente animato da stimoli e desideri
multidirezionali, Chick Corea figurerebbe in testa alla
lista dei nomi in ballottaggio. Pianista di altissima
classe, compositore personalissimo, organizzatore sonoro di
gruppi d’avanguardia o di consumo, Corea ha sperimentato il
suo bagaglio tecnico-espressivo in vari e diversificati
campi musicali. Il suo viaggio multidirezionale all’interno
del mondo dei suoni si è mosso, e ancora oggi si muove,
simultaneamente tra dimensioni estetiche e percorsi
commerciali, impressionismo neoromantico e avventure
elettriche, melodie dagli echi latini e plastico
accademismo occidentale. Vecchi e nuovi sogni. Incontri
contemporanei, interscambi tra culture, rimbalzi della
memoria. Un excursus artistico a trecentosessanta gradi
quello di Corea. In così tanta varietà di pensiero e di
approcci, il suo “piano solo” emerge splendidamente nel
marasma delle tendenze e dei tentativi, perché Corea non
cerca solo di ricapitolare la sua storia attraverso il
pianoforte, ma ne tenta l’estensione, accelera i tentativi
per nuove dimensioni, per nuovi codici espressivi che, pur
non distaccandosi dal suo lessico personale, spazino alla
ricerca di nuovi orizzonti, che generino un nuovo canto.
La dinastia dei sassofonisti tenori texani si distingue da
altre tendenze stilistiche in virtù di una sonorità ampia e
corposa, trascinante e lievemente sguaiata, capace di
costruire crescendo infuocati, eccitanti. Un’espressione
che, se mal controllata, rischia di assumere risvolti
volgari. Non è certo il caso dei tre meravigliosi Texas
Tenors che compongono questa All-Stars paritetica, uomini
che battagliano tra loro con humour e spirito comunicativo,
dando fondo, ognuno, alle proprie qualità dialettiche.
Perché lllinois Jacquet, Arnett Cobb e Buddy Tate, pur
appartenendo alla stessa dinastia, esprimono quelle
caratteristiche di origini e generazione con ottiche e
accenti decisamente personali. Jacquet, il più famoso dei
tre, vero capostipite della dinastia, alla potenza
incendiaria straordinariamente controllata accoppia una
felice emissione di note acutissime; Cobb, al contrario,
accanto alla timbrica esplosiva e scatenata pone una
sonorità decisamente aggressiva, selvaggia; Tate, invece,
allo swing esplicito e diretto contrappone una tenera vena
nell’interpretare ballad, mostrando contemporaneamente
riflessi melodici e robustezza ritmica. Tre facce di una
medaglia, tre interpreti di una scuola calorosissima che
continuano a recitare una parte che non è più un cliché, ma
elemento della propria pelle di uomo e di artista.
La lunga assenza dalle scene concertistiche internazionali
di Steve Grossman può far pensare ad una ennesima
ripetizione del “ragazzo bruciato verde”. In effetti, la
verità è un’altra: il sassofonista, negli ultimi anni, ha
preferito dedicarsi completamente all’insegnamento. La sua
stella, comunque, si era accesa prestissimo, forse
prematuramente. Appena diciottenne entrò nel gruppo di
Miles Davis e partecipò attivamente alla puntualizzazione
della svolta elettrico-rockeggiante del celebre
trombettista, immettendo nel sound globale del gruppo una
sorta di “calor bianco” espresso attraverso flussi di linee
melodiche di indubbio interesse, un fraseggio solido e una
sonorità tesa e decisamente bella. Stilisticamente Grossman
è un erede dell’estetica post-coltraniana, non
eccessivamente originale, ma dotato di notevole vigore e
forte temperamento. Successivamente approdato nel
complessino di Elvin Jones, costituì con David Liebman un
eccellente team di sassofoni al servizio del batterista
che, con loro, raddoppiando il suono dello stesso
strumento, tentò di rinverdire i fasti del favoloso
quartetto di Coltrane. A Grossman va accreditato anche un
gusto e una conoscenza della musica latina che, abilmente
mescolata alle basi boppistiche, conferisce alla sua musica
un senso di nobiltà e sincerità che dovrebbero rendergli
giustizia.
Parlare di Count Basie e del jazz è praticamente la stessa
cosa. Perchè, se l’uomo entrò a far parte di questo
meraviglioso idioma musicale nel 1928, quando le prime
pagine della storia del jazz erano già state scritte, e ne
uscì il 26 aprile scorso, quando l’evoluzione di questa
musica è ancora lontana dal concludersi, la sua figura ha
rappresentato l’essenza del jazz. Basie questa musica la
visse intensamente in prima persona, la modellò, ne precisò
il carattere, ne ampliò i limiti e contribuì a renderla
popolare utilizzando magistralmente tutte le sue risorse
dialettiche, a cominciare dai “riff” venati di blues che
determinavano effetti swing incandescenti. E Basie era
sempre lì, seduto al piano, col suo stile scarno e
brillante, a dare il via a quella magica orchestra zeppa di
grandi solisti, a quell’autentica “macchina da swing” dai
profumi accattivanti, ma anche dai vibranti contenuti
umani. Un omaggio a Basie è dunque doveroso. E nelle mani
di questa All-Stars, con la dolcissima tromba di Harry
“Sweet” Edison, basiano dalla testa ai piedi, e con una
ritmica imperniata sul sintetico piano di John Lewis, con
George Duvivier al contrabbasso e Oliver Jackson alla
batteria, può nascere qualcosa di più di un semplice
omaggio; la magia della musica è indefinibile.
Dominatore assoluto della scena del trombone moderno negli
anni Quaranta e Cinquanta, J.J. Johnson è ancora oggi, a
sessant’anni, insuperato Maestro dell’idioma boppistico.
Stilista perfetto, originale e raffinato, autentico
innovatore del suo strumento, tecnicamente completo, ricco
di una gamma fittissima di colori e di un calore mozzafiato
alimentato da idee non-stop, Johnson si è lasciato alle
spalle i glissandi e i suoni ruvidi che avevano
caratterizzato il trombone bandistico, dixieland e swing,
inventando ex novo un fraseggio rapido e snello, forgiato
sull’agilità del sassofono e sviluppando le sue
improvvisazioni su coordinate melodiche. Padrone di un
timbro omogeneo e levigato, capace di stacchi di tempo
velocissimi, solista equilibrato e trascinante, Johnson ha
spianato la strada ai trombonisti contemporanei che sulle
sue innovazioni hanno edificato i propri stili.
Professionista dal 1941, è stato nelle Big Band di Benny
Carter, Count Basie e Dizzy Gillespie, nei complessini di
Charlie Parker, Miles Davis e Clifford Brown, e con Kai
Winding formò un’eccezionale team di tromboni che rafforzò
la sua popolarità. Compositore e arrangiatore di gusto, ha
lavorato a lungo per il cinema e la televisione. Questa sua
All-Stars, con il vibrante Nat Adderley e il dinamico
Harold Land, è una delle grandi attrazioni dell’estate
1984.
Cantante superlativa, improvvisatrice dal fraseggio
acrobatico, capace di esprimere contemporaneamente feeling
e virtuosismo, di creare atmosfere eccezionalmente
personalizzate e cariche di phatos, Sarah Vaughan ha
sofferto per anni l’arrivo di un’ampia popolarità: la sua
voce era troppo raffinata e sofisticata per essere compresa
e amata da tutti. Fin dagli inizi della sua carriera – che
prese il via negli anni Quaranta nelle prime orchestre bop
di Earl Hines e Billy Eckstine, al fianco di acerbi talenti
quali Charlie Parker e Dizzy Gillespie - Sarah mostrò una
naturale predisposizione per concezioni vocali simili a
quelle di uno strumento; una tendenza, questa, che non ha
mai abbandonato. In lei, infatti, si ritrovano delle
particolarità di trattamento del tessuto musicale che
nessun’altra vocalist ha mai espresso con tanta
determinazione: la profondità e l’ampiezza del suo registro
basso, contrapposta alla scorrevole e dinamica ascensione
verso le vette più alte dei suoi acuti. Bassissimi e
altissimi espressi con sicurezza e proprietà stilistica
inimitabile, insuperabile. E poi, un acuto senso ritmico e
un feeling che coinvolge anche il più distratto degli
ascoltatori, trasportato in quei limbi sonori carichi di
lirismo, di vibrante poetica, sia nello “scat” di cui è
maestra che in altri vocalismi apparentemente
convenzionali.
Mario Luzzi
1985
Il Savoy Ballroom, il celebre tempio del ballo in America,
chiamato anche The Home of Happy Feet, sorgeva in Lennox
Avenue, nel quartiere newyorkese di Harlem. Inaugurato nel
1926, tenne banco fino agli anni Quaranta presentando ogni
sera due orchestre negre, dando vita ad entusiasmanti “jazz
battles” per Big Band. Vi suonarono le orchestre più
famose, quelle di Fess Williams, Fletcher Henderson, Duke
Ellington, Cab Calloway, Chick Webb - che nel 1934 incise
il famosissimo “Stompin’ at the Savoy” - e, dal ‘37 al ‘46,
i Savoy Sultans, una formazione con due trombe, tre
sassofoni e sezione ritmica guidata da Al Cooper. Nel 1978,
il batterista Panama Francis ha riportato in vita la
celebre formazione ricreando il sound originale dei Savoy
Sultans, utilizzando parte di quel repertorio storico ed
alcuni arrangiamenti dell’epoca. Una musica legata all’Era
dello Swing e alla Follia del ballo, ma ancora oggi piena
di vitalità e di vibrazioni positive. Una musica nata per
il ballo, ma decisamente gradevole all’ascolto, prorompente
e swingante, compatta e piena di fantasia. Un tuffo nel
passato, nella storia “jazz dance” ancora fragrante e
piacevole.
L’Orchestra di Count Basie occupa una meritata posizione di
rilievo nella storia del jazz. Affettuosamente la
chiamavano “Macchina da Swing”, un titolo guadagnato grazie
al suo ritmo infuocato e alla capacità di comunicare con
semplicità, a colpi di “riff” venato di blues. Una macchina
forte di un cuore pulsante di umori, un organismo
entusiasmante costantemente in osmosi con il respiro del
suo numerosissimo pubblico. Un’orchestra dal sound unico e
irripetibile, imitato ma mai eguagliato, la cui longevità
sembra essere eterna, anche ora che il grande Bill “Count”
Basie è passato a miglior vita. Ora è Thad Jones al volante
di quella macchina, un trombettista e arrangiatore di razza
che ben conosce i segreti di questa orchestra per avervi
militato dal ‘54 al ‘63, prima di raggiungere prevegoli
successi personali sia come solista che come bandleader. E
con lui, a rinverdire quei fasti, c’è Joe Williams, un
vocalist che fu alla corte del Conte dal ‘54 al ‘60, ancora
oggi, a 67 anni, integro e potente. Una voce generosa e di
gran classe, robusta come il buon vino che migliora con il
trascorrere degli anni. Ne è esempio il recente Grammy
Award assegnato al suo album “Nothin’ But The Blues”.
Parigi, per la sua atmosfera cosmopolita e la sua libertà
intellettuale, è stata per moltissimi anni la meta
preferita di quei jazzmen di colore che, per ragioni
razziali o semplicemente per scelta di vita, decisero di
abbandonare gli Stati Uniti e stabilirsi nel Vecchio
Continente. Vi soggiornarono per lunghi periodi Coleman
Hawkins, Sidney Bechet, Bill Coleman, Don Byas, Kenny
Clarke, Bud Powell, Dexter Gordon, Steve Lacy, Anthony
Braxton, i membri dell’Art Ensemble of Chicago, tanto per
citarne alcuni, oltre ai musicisti che formano questa Paris
Reunion Band, un’orchestra inedita il cui carattere è tutto
da scoprire. Però, conoscendo i singoli, c’è da pensare ad
un corposo ed elegante viaggio all’interno dell’idioma
boppistico e delle sue evoluzioni. Tra i protagonisti più
attesi, il tenace e vigoroso Woody Shaw, solista originale
e armonicamente avanzato; l’ardente e fragoroso Johnny
Griffin, improvvisatore energico e pieno di humour; il
robusto e gustoso Slide Hampton, arrangiatore elegante e di
ampia esperienza; il sofisticato e incisivo Kenny Drew,
pianista raffinato e grintoso. Con loro, altri quattro
leader in un’affascinante riunione targata Paris.
Quando Woody Herman iniziò la sua carriera di bandleader -
di cui il prossimo anno si celebrerà il cinquantenario - la
sua formazione fu soprannominata “the band that plays the
blues”. Ma Herman seguendo i suoi mutevoli umori, si
sbarazzò presto di quel titolo limitante rivolgendosi ad
altre forme e altri stili, rinnovandosi continuamente,
proponendo aspetti strettamente legati alla sua indomita
anima musicale e circondandosi di nuovi talenti, a volte
giovanissimi, capaci di mantenerlo giovane e in sintonia
con le generazioni contemporanee. Malgrado i continui
rinnovamenti, il suo “gregge tonante” - così chiama ancora
oggi le sue formazioni - si è sempre mantenuto su alti
standard, anche se difficilmente è riuscito ad eguagliare
lo splendore del “secondo gregge”, noto come l’orchestra
dei “four brothers”, in onore dei quattro sassofonisti che
ne caratterizzarono l’originale sound. Ma Woody Herman, pur
se fedele all’organico di Big Band, ama prendersi delle
vacanze con piccoli gruppi, All-Stars forti di superbi
solisti, come questa con il soave Harry “Sweet” Edison, il
robusto Carl Fontana, i veementi Buddy Tate e Al Cohn, con
i quali improvvisare vibranti jam sessions.
Quando la scorsa estate la Dirty Dozen Brass Band varcò per
la prima volta l’oceano Atlantico per partecipare a
numerose manifestazioni jazzistiche europee, c’era un certo
scetticismo nei suoi confronti. Dopo averla ascoltata e
vissuto quell’autentica girandola di divertimento sonoro,
lo scetticismo lasciò il posto alla sorpresa e presto mutò
in entusiasmo. La formula di questa “sporca dozzina” è
semplice e accattivante, allegra come la musica di New
Orleans, la città che gli ha dato i natali e l’ha svezzata
prima che l’impresario George Wein la scoprisse e la
prendesse sotto la sua ala protettrice, facendogli incidere
l’album “My Feet Can’t Fail Me Now” e proiettandola ben
oltre i suoi confini di appartenenza geografica. In essa,
affastellati o ben ordinati, convivono stilemi musicali
dissimili, espressioni sonore che vanno dal blues al funk,
coagulate da un approccio tipico da marchin’ band,
rigoglioso e disinibito, con le sue impennate squillanti e
coinvolgenti. Il suo repertorio abbraccia l’antico e il
moderno, da “St. James Infirmary” a “Bongo Beep”, da
“Caravan” a “Blue Monk”. Uno spettacolo pieno di humour e
di colori.
Shorty Rogers, oltre che per le sue qualità di
trombettista, è noto per il lavoro di compositore e
arrangiatore. Nella triplice veste, tra la seconda metà
degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta ebbe un ruolo
importante nelle Band di Woody Herman e Stan Kenton. Per il
primo scrisse i celebri “Lemon Drop” e “Keen and Peachy”,
mentre al repertorio del secondo consegnò “Jolly Rogers” e
“Viva Prado”, tanto per citare alcuni dei suoi pezzi più
famosi, imponendosi come una delle figure di spicco nel
jazz per grande orchestra. In seguito si dedicò a sue
formazioni, Big Band o complessini, con i quali raggiunse
una notevole popolarità nell’ambito del jazz californiano.
Rogers divenne il leader del tanto discusso e criticato
movimento jazzistico della West Coast, giudicato
superstrutturato e privo di emozioni, e finì per uscire
dalla scena attiva per dedicarsi alle colonne sonore per il
cinema e la TV, lavoro che gli ha dato credito. Da qualche
tempo, richiamato dalla passione per il jazz che ha sempre
continuato a coltivare, Rogers è tornato in scena,
richiamando al suo fianco i vecchi amici di un tempo,
riattivando, con nostalgia e amore, il jazz della West
Coast.
Mario Luzzi
1986
Parlando della sua originale e personalissima
interpretazione del celebre tango, Astor Piazzolla,
bandoneonista di fama internazionale puntualizzò: “Negli
anni Cinquanta inizia tra i contrasti una evoluzione che è
quasi una rivoluzione, ed il rivoluzionario ero io.
Cominciai a dare al tango una elaborazione musicale più
complessa, introducendovi armonie, contrappunti, fughe e
orchestrazioni che mi attirarono le ire dei
tradizionalisti. Usai per il tango strumenti mai usati
prima, come ad esempio, chitarra elettrica, effetti
speciali e improvvisazioni analoghe a quelle jazzistiche”.
Quest’ultima particolarità è quella che ci interessa più da
vicino, anche in considerazione del fatto che in questa
occasione, al Tango Group di Piazzolla si aggiunge un
maestro dell’arte d’improvvisare come il vibrafonista Gary
Burton, un uomo dotato di grande fantasia e di notevole
eclettismo, capace di inserirsi al meglio anche in un
incontro tra diverse culture musicali come questo inedito
meeting tra Argentina e Stati Uniti. Un incontro stimolante
e pieno di sorprese.
Tricks testimonia le qualità di due personalità del nostro
ampio patrimonio culturale: la vocalist Tiziana Ghiglioni e
il contrabbassista e compositore Paolo Damiani. La musica
che Tricks propone vive di riflessi estremamente originali
creati dall’uso intelligente della voce, non più ospite di
una situazione sonora ma integrata all’interno di un
discorso, viva di un rapporto intenso con gli altri
musicisti del gruppo, dove le potenzialità vocali vanno ad
inserirsi e a confrontarsi con i poli strumentali del
disegno sonoro, così da evitare limitazioni espressive e
costruire un sound ricco di risonanze interne e ampio di
sfaccettature stimolanti. Tricks si avvale di tessuti
compositivi originali creati da Damiani che se da un lato
riflettono le aperture dialettiche che il gruppo persegue,
dall’altro si muovono con occhio attento agli echi della
nostra tradizione, riattivandone sviluppo ed espressività
in maniera semplice ed assolutamente comunicativa. Un
disegno sonoro molto ampio e, al contempo, estremamente
personale, firmato Tricks: Ghiglioni & Damiani.
Quarantottenne della Pennsylvania, pianista e compositore
dotato di una inesauribile fonte di energia creativa, uomo
compìto ed estremamente religioso, McCoy Tyner fu uno dei
punti di forza dello storico e innovativo quartetto che
John Coltrane guidò nei primi anni Sessanta. Oltre a
conseguire completa maturità musicale, Tyner con quel
complessino raggiunse anche la popolarità che in seguito
rafforzò con i suoi gruppi. Oggi, la vita artistica di
Tyner non vive dei riflessi di quei momenti magici ma si
nutre costantemente di nuovi codici, nuove espressioni che
corrispondono alle idee del pianista. Lo stile di Tyner,
pur se formatosi negli anni Sessanta, non è fermo a quegli
anni. Alla poderosa presa ritmica, costruita su rapidi
arpeggi e macchie di accordi danzanti, si è unita una
intensità spirituale che affonda su tematiche universali,
un pianismo percussivo ma anche vivo di luminose proiezioni
melodiche, dove alla martellante reiteratività delle frasi
si accoppia una vena romantica spoglia di retorica, una
vena vissuta al presente ma colma di echi del passato.
La storia del jazz è zeppa di celebri All-Stars, di
complessi messi in piedi per un giro di concerti o per
occasioni particolari, radunando solisti di chiara fama.
Naturalmente, lo sviluppo musicale di una All-Stars avviene
attraverso disegni sonori estremamente semplici, giocando
sulla grinta nei tempi mossi o sui chiaroscuri preziosi
nelle ballads, con arrangiamenti orali o labili punti di
partenza per una sequela di corposi assoli lanciati via via
da tutti i musicisti raccolti attorno ad una All-Stars. La
Festival All-Stars presente nel cartellone di Pescara Jazz
‘86, raccoglie prestigiosi solisti di colore, dal robusto e
incisivo trombettista Jimmy Owens al preciso, elegante e
dinamico batterista Jimmy Cobb, dal gustoso e solido
fraseggio del trombonista Slide Hampton al percussivo e
latineggiante approccio del pianista Hilton Ruiz, fino alle
eminenze improvvisative dei fratelli Heath, il sensibile e
denso tenorsassofonista Jimmy e il sofisticato e
tecnicamente impeccabile contrabbassista Percy. Una
All-Stars preziosa.
Le innumerevoli stagioni del jazz hanno disegnato momenti
dominati dal sassofono o dalla tromba, dalle grandi
orchestre o dai piccoli gruppi, dove uno dei punti cardine
dell’unità sonora è stato rappresentato dal pianoforte,
elemento insostituibile, eluso in rarissime e ininfluenti
occasioni. Anche gli stili pianistici hanno vissuto una
continua evoluzione, marcando più o meno un periodo,
un’epoca, una tendenza. Il Piano Workshop organizzato da
Pescara Jazz, vuole presentare un ampio stralcio di stili e
approcci, sia attraverso esecuzioni in trio sia solo piano,
affidandosi a musicisti di provata professionalità e di
indiscusso talento. Hank Jones, sessantottenne del
Michigan, fratello maggiore dei celebri Thad e Elvin,
ripercorre le strade del be-bop col suo tocco prezioso.
John Lewis, sessantaseienne dell’Illinois, cervello del
Modern Jazz Quartet, propone una sintesi delle sue ampie
visioni pianistiche.
Miles Davis, il divino Miles, lo scorbutico Miles, il
carismatico Miles ha compiuto da poco sessant’anni. Eppure
l’età non sembra vietargli nulla e la sua attività è zeppa
di eventi, di riconoscimenti, di tour intercontinentali.
Trombettista Numero Uno, testimone diretto degli ultimi 40
anni della storia del jazz, Miles è oggi più che mai sulla
cresta dell’onda, nel vortice del successo. Il suo
approccio sonoro, più semplice che non in passato, lo ha
reso celebre persino presso le generazioni giovanili, segno
di una freschezza creativa inesauribile che vive in
sintonia con gli umori di un’epoca sempre più incline alle
contaminazioni culturali, agli incontri con altri stili,
altre tendenze, altre espressività. Miles, artista di
grandi capacità intuitive, all’interno della sua lunga
parabola evolutiva, ha mantenuto vive certe costanti della
sua personalità: lo straordinario senso di sintesi, la
densità sonora colma di sottili emozioni, il perfezionismo
unico nell’organizzare una musica di gruppo. Miles, una
carriera vissuta nel rischio di chi vuole camminare al
fianco della sua epoca, lontano da cliches stagnanti o da
memorie nostalgiche, ma sempre avanti, alla ricerca del
suono del futuro. Accadde negli anni Quaranta, quando non
ancora ventenne viveva all’ombra del grande Charlie Parker
e, più tardi, quando con la Tuba Band mise a punto ricerche
timbriche e strutturali di incredibile bellezza. Accadde
nel decennio successivo, sperimentando la musica “modale” e
creando gemme sonore irripetibili, e nei magnifici colori
orchestrali coniati insieme a Gil Evans. Accadde negli anni
Sessanta, quando si circondò di giovani talenti quali
Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter, Tony Williams e
via via Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin,
rigenerando una musica che sembrava giunta al capolinea
creativo. Ad ogni esperienza, ad ogni ricapitolazione,
Miles ha rischiato di rimanere impantanato in un disegno
prematuro, ma è sempre riuscito ad emergere grazie ai suoi
cristalli sonori ricchi di un’incredibile vitalità. E
ancora oggi, in pieni anni Ottanta, cavalca magnificamente
il momento storico che stiamo vivendo, usa le conquiste
tecnologiche quasi fosse un ventenne, ma con una profondità
espressiva nutrita da una tradizione racchiusa e
sintetizzata nella sua immensa personalità.
Mario Luzzi
1987
II successo di “Round Midnight”, il cult-movie del regista
francese Bertrand Tavernier, poeta dell’immagine e sottile
narratore di sentimenti, ha riacceso l’interesse del grande
pubblico per il jazz. Un film che, finalmente, rende
giustizia al jazz e ai suoi protagonisti, spazzando via i
misfatti che Hollywood gli ha regalato in anni e anni di
“pastiches” caramellosi e irritanti. Tavernier ha saltato
l’ostacolo della retorica e si è ispirato alla vita
travagliata di un jazzman, e l’ha rappresentata con una
particolare cura per gli ambienti, il linguaggio e le
musiche. Per questo cult-movie, Dexter Gordon si è
guadagnato la “nomination” all’Oscar per la migliore
interpretazione maschile e Herbie Hancock, autore e
coordinatore delle musiche, ha vinto l’Oscar per la
migliore colonna sonora. Avere Dexter Gordon e Herbie
Hancock nel cartellone del Festival Internazionale del Jazz
di Pescara è un grande evento e un privilegio. E se Hancock
arriverà con il suo trio, Gordon sarà con la Round Midnight
Band, una occasione per rivivere in diretta le musiche del
cult-movie. Dexter Gordon, è uno dei tasselli più
importanti nel mosaico dell’evoluzione tenorsassofonistica
del be-bop. Il suo personalissimo stile è nato coniugando
in parallelo il relax disteso e sinuoso di Lester Young e
la sonorità robusta e grintosa di Coleman Hawkins,
adattandoli alle complessità armoniche di Charlie Parker.
Un lavoro di arguta sintesi al quale si aggiungono le
scelte e le tendenze proprie di Gordon, quelle che diedero
corpo al fraseggio dinoccolato e vibrante, alla voce
levigata e piena di phatos, al gusto inimitabile per la
colloquialità, per il racconto sonoro. Perché Dexter Gordon
è uno dei più straordinari “story-teller” che abbiano
circolato per le strade del jazz. Forse non è un caposcuola
in senso stretto, ma il suo stile ha generato molti seguaci
eccellenti, primo fra tutti il grande John Coltrane, che
iniziò a suonare il sassofono tenore ispirandosi proprio
alla sonorità e al ricco fraseggio di Gordon. Se non è un
caposcuola è certo un grandissimo solista, dotato di grande
dinamica e notevole immaginazione, di swing copioso e magia
incantatoria.
La musica di Stan Getz, straordinario tenorsassofonista di
Filadelfia, oggi sessantenne, è l’immagine della semplicità
e della logica. Nel suo personalissimo stile vive un
agglomerato melodico, armonico e ritmico dove la fantasia
del fraseggio, l’estensione delle note, la dimensione del
suono si fondono e danno via libera ad una voce che
improvvisa il canto con raziocinio e creatività. Una voce,
quella di Getz, tra le più belle dell’intera storia del
jazz. Una voce che si distende attraverso suoni limpidi e
sinuosi, intensamente invigoriti da un caldo vibrato. Una
voce che si è intelligentemente nutrita degli insegnamenti
di quel grande poeta che fu Lester Young, che ha assunto
coordinamento negli hermaniani Four Brothers, che si è
affinata con l’intellettuale “cool-jazz”, che si è
irrobustita con l’ardente “be-bop”, che si è immalinconita
nell’incontro con la musica brasiliana. Una voce che si è
umanizzata attraverso tristi vicende, l’eroina e l’alcool,
e che vibra in tutte le sue fibre interiori, sensibile e
raffinata, poetica e lirica nelle ballads, veemente sui
ritmi accesi.
L’altosassofonista di pelle bianca Phil Woods,
cinquantaseienne del Massachussets, è uno degli epigoni più
sinceri e penetranti di Charlie Parker. Una voce
strumentale aggressiva, swingante ed estremamente emotiva,
ha il dono di saper coordinare e controllare armonia e
ritmo, e di lanciare copiosi squarci di lirismo. Un suono
che, pur aggressivo, sa creare preziosi chiaroscuri e
suggestioni sonore, dove l’attacco bruciante sa portare
tensione e causare emozione. E il gusto, l’equilibrio
sonoro raffinato, la timbrica personalissima, le svettanti
volate improvvisative e l’indubbia espressività lo pongono
ai vertici del jazz attuale. Dopo anni in quartetto, Woods
ha sentito il bisogno di ampliare la sua formazione e la
scelta di un trombettista originale come Tom Harrell ha
aperto spiragli radiosi alla dimensione del quintetto che
ora vive di sottilissimi e sensibilissimi dialoghi a cinque
voci. Perché la sezione ritmica, oltre ad essere una unità
sonora di grande qualità, è parte integrante di un discorso
“aperto” che Woods influenza e avvia.
Nell’ambiente del jazz lo chiamano Mr. Grammy, per via di
cinque prestigiosi oscar discografici collezionati in
cinque anni consecutivi; senza contare i Grammy che Wynton
Marsalis si è guadagnati come esecutore di musica classica.
Situazioni inedite per un jazzista che lo hanno proiettato
nell’occhio del ciclone fino a farne un “caso Marsalis”. Il
giovane talento di New Orleans, comunque, non si lascia
condizionare da polemiche o riconoscimenti ma guarda avanti
con estrema fiducia, dotato di una formidabile tecnica
trombettistica e di un forte pragmatismo che lo porta ad
approfondire la sua azione di solista e organizzatore
sonoro di piccoli gruppi. Uno stile che non nasconde di
essere debitore del Miles Davis anni Sessanta, e una voce
che acquisisce giorno per giorno personalità ed equilibrio.
Ma, soprattutto, un musicista integro e tenace che a
ventisei anni tenta di non deludere tutti coloro che gli
hanno assegnato il ruolo di trombettista del futuro, di un
artista che guarda avanti sintetizzando tutti quei segnali
che la storia del jazz ha espresso fino ad oggi.
L’universo sonoro di Enrico Rava è costellato di continue
ricapitolazioni. In lui, e nella sua tromba, vivono quelle
contraddizioni che lo portano ora a rivisitare certe
tendenze libertarie e di rottura, ora ad illanguidirsi di
fronte ad un romanticismo che può sfociare persino nella
canzonetta. Perché in Rava il bisogno di rimettere tutto in
discussione è più forte di una raziocinante esplorazione o
sperimentazione, e quel sottile brivido dell’imprevisto,
del rischio, è il suo maggiore stimolo, una spinta alla
quale non ha mai saputo rinunciare. E la sua musica è come
uno specchio deformante, dove la melodia affiora ed è
subito ricacciata via da un suono acido, da un borbottio,
da un trillo di tromba, da nuove tensioni, nuovi ritmi,
nuovi colori, nuove melodie. Una musica che sa rinnovarsi e
trasformarsi con rapidità disarmante, vigile
nell’allontanarsi dal cliché, dalla routine, senza perdere
il gusto e la sua disinibita freschezza. E senza
dimenticare le “memorie”, che sanno riproporsi in vesti
ariose, come sirene affascinanti portatrici di nostalgie e
di stimoli.
Un grandissimo virtuoso della tastiera, Herbie Hancock, ma
anche un artista raffinato che guarda con maggiore
interesse alla frase preziosa che non a quella
effettistica, anche quando si raccoglie attorno a temi
“gospel-funk”. E anche compositore capace di inventare temi
accattivanti o melodie malinconiche, esemplificate da un
“Watermelon Man” e da un “Maiden Voyage” o da un “Dolphin
Dance” e da un “Chan’s Song”. Ritmicamente mobilissimo e
armonicamente spregiudicato, Hancock è sicuramente il
pianista più importante emerso nel jazz dopo Bill Evans,
del quale è un sincero epigono. Ma tra i suoi debiti
pianistici ci sono ampi squarci che ricordano Bud Powell o
il meno noto Wynton Kelly. Ed Hancock si rivelò in tutto il
suo talento proprio sostituendo Kelly nel gruppo di Miles
Davis, esplorando con il trombettista il jazz modale, i
ritmi sospesi e sovrapposti, contribuendo ad aperture
concettuali ancora lontane dall’essere sviluppate. E quel
lirismo che serpeggia in ogni esecuzione hancockiana è una
delle caratteristiche più spiccate di un pianista di grande
talento e fascino.
Lo swing, il divertimento, l’informalità e il
coinvolgimento rappresentano le caratteristiche più
evidenti degli One o’clock jumpers, una formazione che
agisce nel segno di uno dei più grandi bandleader della
storia del jazz: Count Basie. Un ottetto di ispirazione
basiana che riprende in mano un repertorio storico e
indimenticabile, da “One o’clock jump” a “Blue And
Sentimental”, da “Lester Leaps In” a “Jumpin’ at the
Woodside”, da “Swingin’ the Blues” a “Moten Swing” e così
via. Temi nei quali i protagonisti di questo ottetto sono
cresciuti dentro e che, sera dopo sera, tentano di
coglierne il succo, accenderne i colori, rivestirli di
spruzzi umoristici, viverne le emozioni e le nostalgie.
Musicisti che si sono lasciati alle spalle la verde età
senza disperdere le proprie energie nè il gusto per il
guizzo improvvisativo. Un ottetto che allinea il solismo
scintillante di Clark Terry e l’humour di Al Grey, le
invenzioni gioiose di Buddy Tate e la sonorità corposa di
Billy Mitchell, ad una sezione ritmica “ad hoc”, con Nat
Pierce e Ray Pohlmann, Eddie Jones e Oliver Jackson. E la
festa comincia!
Mario Luzzi
1988
Pescara Jazz, contravvenendo alla sua lunga tradizione di
jazzfestival fuori dalla mischia e dalle mode - una
manifestazione che da anni rifugge dalle rassegne di
tendenza o dalle serate a tema, ad esclusivo vantaggio di
uno spettro stilistico e culturale ampio e diversificato
che consenta al suo fedelissimo pubblico di assaporare e
godere l’espressione jazzistica in tutte le sue ampie e
variegate sfaccettature, ma sempre con il culto della
qualità e dell’originalità in primo piano - per questa sua
sedicesima edizione, eccezionalmente, si propone
all’insegna di un tema accattivante, di successo e di
attualità: Jazz & Cinema. Un tema che in verità aveva
timidamente affrontato sin dallo scorso anno, presentando
in cartellone due delle figure di punta del cult-movie
Round Midnight: Dexter Gordon e Herbie Hancock.
L’approfondimento di questo tema trova quest’anno motivi di
maggior interesse. Innanzitutto, la presentazione alle
Naiadi dei sunti di due film-documento (nella loro
interezza vengono presentati al Cinema Excelsior), dedicati
rispettivamente a Charlie Parker e Bud Powell. Il primo è
un “tributo” al massimo esponente del be-bop, realizzato a
New York da solisti-epigoni del grande altosassofonista; il
secondo è una vera e propria raccolta di “clips” che
ritraggono momenti emozionanti della vita del grande
pianista. Due figure, Parker e Powell, che oltre ad aver
creato musica di grande valore evolutivo e aver commosso ed
emozionato generazioni di varie epoche e culture, hanno
entrambi colpito al cuore Francis Paudras, che ad ognuno di
loro ha dedicato i film-documento in questione e due
monumentali libri, To Bird With Love, una raccolta di
immagini, lettere e documenti di Charlie Parker, e La Danse
Des Infidèles, un vero atto d’amore con foto e testi
scritti in memoria di Bud Powell.
Francis Paudras, è un personaggio che pur non essendo un
musicista (è solo un pianista dilettante) è entrato nella
storia del jazz. Fu questo signore francese che nei primi
anni Sessanta ricostruì letteralmente Bud Powell, un grande
artista alla deriva che, stanco, malato e sfiduciato si
stava lasciando morire. Paudras, con amore, dedizione e
passione, riportò Powell in piena forma fisica e mentale e
lo riconsegnò al successo. La storia dell’amicizia tra il
jazzista alla deriva e il giovane francese ha ispirato il
cult-movie Round Midnight, un film che oltre ad aver
commosso più generazioni ha ridato speranza al rapporto,
per anni difficile e mistificatorio, fra il jazz e il
cinema. Una speranza che è già realtà, a giudicare dal
successo riscosso al recente Festival del Cinema di Cannes
dal film di Clint Estwood Bird, dedicato alla vita di
Charlie Parker. Ecco due buoni motivi perché Pescara Jazz
quest’anno ha scelto il tema Jazz & Cinema. Oltretutto,
Francis Paudras sarà ospite della manifestazione pescarese
per l’intera durata del festival e, il pomeriggio del 23
luglio, al Cinema Excelsior, insieme ad alcuni fra i più
qualificati giornalisti e critici, animerà un dibattito
sulla figura di Powell che introdurrà la visione del suo
film-documento.
Essendo questo il tema dominante di questa sedicesima
edizione di Pescara Jazz, non potevano mancare due serate
dedicate a Charlie Parker e Bud Powell, con un programma
“ad hoc”, tagliato su misura sui nomi ai quali la prima e
la terza serata sono dedicate. Serate che vogliono
assolutamente distaccarsi dal concetto “nostalgia”, ma
rendere omaggio a due grandi maestri attraverso figure
contemporanee che, con originalità e personalità,
proseguono i discorsi aperti dai grandi maestri.
La prima serata vede in scena personaggi che per un verso o
per un altro sono legati a Charlie Parker. Innanzitutto
Dizzy Gillespie - che ricorda Bird come “l’altra metà del
battito del mio cuore” - compagno indivisibile da Parker
nella teorizzazione del be-bop, che presenterà una Big Band
zeppa di solisti di fama e di una serie di musicisti
dell’area latino-americana, una formazione inedita che,
oltre a muoversi nell’ambito del be-bop - di quell’idioma
jazzistico Dizzy è oggi l’unico dei grandi protagonisti
ancora in vita, un autentico “pezzo di storia” - riprenderà
in mano un vecchio discorso che ha sempre amato, quello del
cosiddetto “Afro-cuban-jazz”.
In esclusiva europea arriverà l’altosassofonista Frank
Morgan, solista di influenza parkeriana che, dopo essere
stato assente dalla scena per moltissimi anni (detenuto per
problemi di tossicodipendenza), è tornato ad essere uno dei
nomi di punta di questi ultimi anni. Morgan suonerà in duo
con il pianista dai riferimenti stilistici budpowelliani
Mike Melillo. Un dialogo a due voci che si preannuncia come
una delle situazioni più interessanti di questo festival.
Infine, il quartetto di Massimo Urbani, un gruppo solido
guidato da un altosassofonista che si ispira al grande Bird
non senza tentare vie autonome che tendono a portare
proiezioni parkeriane nella musica degli anni Ottanta,
solista di grande visceralità e poetica, dotato di una
fortissima personalità.
La terza serata è all’insegna di due gruppi guidati da due
pianisti che devono molto agli insegnamenti di Bud Powell.
Herbie Hancock, trionfatore della scorsa edizione di
Pescara Jazz, sottolineò l’importanza di Powell con queste
sentite parole: “Bud gettò le basi sulle quali si sarebbe
retto l’intero edificio del moderno pianismo jazz; a
partire da lui ogni pianista ha cercato di imitarlo, oppure
ha fatto di tutto per distaccarsene”. Ebbene, Hancock ha
operato intelligentemente in entrambe le possibilità:
appoggiandosi agli insegnamenti powelliani ha costruito un
suo stile personalissimo. Nel suo quartetto figura
l’intelligente Michael Brecker, uno dei tenorsassofonisti
più amati dalle giovani generazioni. Leader di un gruppo di
successo, Brecker è affascinato e stimolato dalla
possibilità di suonare al fianco di Hancock e, come ci ha
dichiarato qualche mese fa: “Pur di suonare con Hancock non
mi importa di tornare a fare il sideman, l’occasione è
troppo bella e stimolante”. Altra formazione di grosso
prestigio è quella del pianista Horace Silver, un altro
personaggio di punta che, stilisticamente, nasce da Bud
Powell. Ma anche lui ha saputo crearsi una espressione
molto personale, sin dagli anni Cinquanta, quando creò
quella mistura tra jazz e influenze gospel che fece nascere
il filone del Soul Jazz. Silver, fedele ad un suo stile
pieno di ritmo e colori, rappresenta una delle figure
centrali dell’hard-bop storico, eccellente solista,
prolifico compositore e organizzatore sonoro tra i più
raffinati e incisivi di tutto il jazz moderno.
La seconda serata è bitematica. Da una parte la chitarra,
uno degli strumenti più amati dalle giovani generazioni,
che offrirà vari aspetti della sua evoluzione, da quella di
chiara derivazione boppistica di Kenny Burrell a quella
sofisticata e intelligente di Chuck Wayne, che giunge per
la prima volta in Italia e in esclusiva europea per questo
festival, fino all’approccio più contemporaneo del belga
Philip Catherine, in duo con l’eccezionale contrabbassista
danese Niels Henning Orsted Pedersen (un’altra esclusiva
nazionale di Pescara Jazz), due musicisti molto affiatati
che insieme riescono a superarsi e a dare veramente il
meglio delle loro di per sé grandi possibilità
improvvisative e di dialogo sonoro. L’altro aspetto della
serata, non certo casuale, si ricollega al discorso di
Dizzy Gillespie, con una interessante e allegra Latin Jazz
All-Stars, una formazione che approderà alle Naiadi dopo
aver divertito e interessato l’entroterra abruzzese
nell’itinerante e propedeutico Jazz in Provincia, forte di
solisti di razza quali Bobby Watson, James Spaulding e
Carlos Franzetti e da un supporto ritmico brillantissimo.
Tre serate a tema ma sempre sotto il segno della qualità,
da anni una delle prerogative di questa manifestazione, la
più longeva e viva di tutte quelle della calda estate
jazzistica italiana.
Mario Luzzi